| |
In
epoca longobarda il paese apparteneva alla contea di
Bojano ed era denominato "Rocca Maginulfo"
dal nome del probabile fondatore longobardo. Nel 1196,
con il passaggio dei poteri tra i Normanni e Svevi,
Ruggiero di Mandra resistette all'assedio delle truppe
tedesche finchè le disperate condizioni dei suoi
soldati lo costrinsero ad arrendersi. Tommaso di Celano,
Conte di Molise, nel 1221 dovette asserragliarsi nel
maniero dopo essersi rifiutato, come voleva Federico
II, di abbatterlo. Subito venne attaccato da Tommaso
D'Aquino che resosi conto dell'impossibilità
di conquistare la fortezza, la cinse d'assedio. Nonostante
tutto il conte di Molise riuscì durante la notte
ad allontanarsi lasciando il comando alla consorte Giuditta
per andare a riorganizzare le sue milizie. Riuscì
a farlo ma tutto ciò fu vano perchè la
moglie impietosita allo stato dei propri soldati si
arrese. Nel XIV secolo il feudo passò prima nelle
proprietà degli Artois poi dei Roccafoglia. Nel
XV secolo se ne appropriarono i Gaetani. Nel 1549 divenne
proprietà di Gianbattista D'Afflitto che lo cedeva
ai Pignatelli nel 1586 che ne rimasero proprietari sino
all'abolizione della feudalità.
ROCCA MAGENULA NEL XXII SECOLO; ROCCA MAGINULFO E ROCCA
RAGINULFA NEL XIII; ROCCA MINOLFA E ROCCA MANOLFA E
ROCCA GINOLFI NEL XVI; E DETTA ROCCAMANDOLFI DALLA NUMERAZIONE
del 1737 in poi.
Nel 1695 il nome si era già consolidato in ROCCAMANDOLFI.
Il nome ROCCA MAGINULFO fu sostituito al nome ROCCA
MAGENULA per onorare il Principe Longobardo Maginulfo
che aveva edificato il Castello sulla vetta della montagna
sulla cui base si stendeva l'abitato: tutti gli altri
nomi che lo seguirono nacquero per opera dei perniciosi
fenomeni linguistici di errata pronunzia o di errata
lettura o di errata scrittura perciò non richiamano
alcun interesse: è interessante, invece, il ROCCA
MAGENULA. Questo nome è dovuto ai Longobardi
che avevano trovato un villaggio ben fortificato dalla
natura e dagli uomini e lo dissero ROCCA perché
situato in un luogo alto, scosceso e dirupato quindi
difficile e faticoso a praticarlo; lo dissero MAGENULA
perché, a loro giudizio, era la ROCCA più
potente non solo del Sannio Pentro ma dell'intera Italia.
Infatti l'aggettivo MAGENULA deriva dall'unione dell'avverbio
latino MAGE = PIU' DI PIU', MAGGIORMENTE con un'alterazione
dei sostantivo latino NUMEN = AUTORITA', DOMINIO, POTENZA
DIVINA perciò ROCCA MAGENULA vuol significare
ROCCA LA PIU' POTENTE, ROCCA DOMINANTE o altra interpretazione
che porta al medesimo significato.
Oggi in quello iniquo loco non vi troviamo un imbattibile
oppidum ma vi troviamo la bella e strana ROCCAMANDOLFI
circondata da quello scenario fiabesco, opera di architetti
misteriosi, bizzarri e immaginosi, e nell'interno dell'abitato
il visitatore è attratto dalla magica successione
e aperture violenti con chiari-oscuri notevoli al mutare
della luce solare, di prospettive incantevoli per una
accorta unione dei nuovo con l'antico, e per una saggia
unione dei religioso con il profano mentre dalla valle
sottostante si eleva la voce del torrente che racconta
antichi eventi per ricordare che nella Valle Scinia
la fanteria sannita immota stetit costringendo la cavalleria
romana ad abbandonare il campo di combattimento e per
dire che la ROCCA conserva ora la fierezza e la signorilità
ataviche mai lesionate dai secoli che sono passati veloci.
IL
BRIGANTAGGIO - Ancora oggi Roccamandolfi viene ricordato
come la patria dei briganti. In verità il paese
è stato interessato da diversi fenomeni di brigantaggio,
favoriti dalle caratteristiche del territorio, che offriva
sicuro rifugio. Episodi di rivolte sociali videro coinvolti
alcuni cittadini di Rocca già alla fine del '700.
Una delle figure di brigante circondata da un alone
di leggenda è quella di Sabatino Lombardi detto
il Maligno. Il povero Maligno non nacque brigante, lo
divenne per reazione ad una serie di torti subiti. La
sua vicenda ha inizio nel 1804 con la fuga dalle carceri
di Capua, ove era stato rinchiuso per un crimine non
commesso. Unitosi ad altri briganti organizzò
numerose scorrerie; la sua ferocia si scaricò
soprattutto contro la famiglia Cimino, responsabile
delle sue disgrazie. Nonché della morte della
madre. Venne ucciso nel 1812 in località "Colle
Castrilli"ed il suo cadavere, si narra venne trascinato
per le vie dei paese. La testa, staccata dal corpo,
fu messa in una gabbia e appesa al campanile ove rimase
sino al 1843.

Il
brigantaggio dopo la morte di Cecchino e Cimino, perse
motivazioni politiche che lo avevano caratterizzato,
degenerando in fenomeno di criminalità comune
e marginale, ma non per questo i successori furono meno
famosi per le loro scorrerie. La banda, divisa in due,
fu guidata dai nuovi capi "Pace" e "Guerra"
ed in ultimo Domenico Fuoco, che con pochi compagni
visse undici anni nelle campane e si fece temere nel
Molise.
TRADIZIONI
E FESTIVITA' - Molte feste del passato sono ormai
un ricordo o sono in declino, ne rimangono, di importanti,
alcune religiose particolarmente sentite e partecipate,
a testimonianza della devozione dei roccolani.
CARNEVALE
- Il calendario delle ricorrenze inizia (o iniziava)
dal primo giorno di Carnevale, 17 gennaio, S. Antonio
Abate. Per più sere, da tale data, ragazzi ,
giovani e meno giovani si radunano in piazza con campane
e campanacci per dar vita a frastornanti sarabande nelle
strade del paese. Davanti alle case, ove da poco si
è ammazzato il maiale e sono "appese le
savcicc", i canipanacci tacciono e si urla: "Carnval'
Carnvaliccb' mitt' man' all' savcicc', s'l' savcicc'
n' m' l'vuè dà t'c'pozzan' mbracdà".
Ad evitare la maledizione nessuno rifiuta di tributare
salsicce e vino ai rappresentanti di Carnevalicchio
che consumano in fretta prima della tappa successiva.
L'ultimo giorno di Carnevale, come ovunque, a ognuno
è permesso di dare libero sfogo alla fantasia
ed alla voglia di divertirsi: carri, bambini, uomini,
animali, adorni nella maniera più stramba, sfilano
per il paese portando in corteo "Carnevale":
un fantoccio di paglia e stracci, che poi viene bruciato
in piazza mentre si danza e si brinda col vino novello
da poco "travasato".
VENERDI'
SANTO
- Commovente e coinvolgente è la processione
che si svolge nel tardo pomeriggio di questo giorno
per ricordare il sacrificio del Cristo. Prende le mosse
dalla Chiesa Madre e si dirige verso la cappelletta
del Calvario, all'ingresso dei paese; aprono il corteo
i bambini, seguono le donne dei paese che procedono
mestamente in due file parallele, poi la banda, iL clero,
le statue di Gesù Morto e dell'Addolorata, chiudono
il corteo gli uomini. Ad ogni stazione c'é una
piccola sosta con una riflessione sul significato di
essa. Al calvario, dopo una pausa meditativa, la processione
riparte per rientrare alla Chiesa Madre. Durante il
percorso si alternano i canti dei fedeli alle struggenti
note di "Ricordo Triste" intonate dalla banda.
SAN
LIBERATO
- E' la festa più importante, ricorre ogni anno
la prima domenica di giugno. Durante la settimana precedente,
e anche quella successiva, schiere di pellegrini, organizzate
in "Compagnie", giungono da ogni parte del
Molise e dal vicino casertano a visitare le spoglie
del Martire, cantando lungo il percorso "Salve,
Salve o pio Guerriero". Un tempo colonne di fedeli
si scorgevano lungo la piana di Bojano dirigersi a piedi
verso Rocca; suggestivo era l'arrivo della "Compagnia
a cavallo" di Busso il giorno della festa; oggi
i più preferiscono gli autobus, più comodi
e veloci. Le celebrazioni iniziano nel pomeriggio del
venerdì precedente, con l'arrivo della Compagnia
di Pietravairano che, come quella di Prata Sannnita,
attraversa il Matese a piedi e rimane in paese fino
alla sera del sabato o della domenica. La comunità
di Rocca, con in testa il parroco e le autorità,
la accoglie in località "Tre Croci"
e insieme entrano in paese. Nella giornata di venerdì
viene anche montata in piazza, la "Cassa armonica"
e allora è vero clima di festa.
Le strade risuonano delle note della immancabile banda
di turno che, verso mezzogiorno, darà in piazza
un saggio della sua bravura. La celebrazione liturgica
culmina nella processione delle ore tredici che porta
il Santo a benedire ogni angolo del paese, quella laica
con il concerto bandistico serale a cui i roccolani,
noti intenditori, assistono con interesse e spirito
critico. Dopo mezzanotte i fuochi pirotecnici, "R'
schpuar"', che illuminano a giorno la valle e fanno
tremare i monti, chiudono i festeggiamene.
E' fatto obbligo, ad ogni famiglia roccolana, cucinare
e consumare a S. Liberato "U CIAMMARUCH" che
dai visitatori possono essere gustate nei posti di ristoro.
SANT'
ANTONIO
- Nel pomeriggio del tredici giugno, la rituale processione
si svolge tra altarini, con l'immagine del Santo circondata
da fiori e lumi, allestiti in ogni piazzetta, strade
trasformate in tappeti di petali di rose, pareti di
case e balconi addobbati con le coperte "buone".
Nella serata li paese è tutto un bagliore di
piccoli falò e un crepitare di legna, attorno
a cui gli abitanti del rione o del vicinato riscoprono
il gusto dell'incontro e della conversazione serena.
Spesso i più giovani, a piccoli gruppi, effettuano
il giro dei fuochi giudicando dalla grandezza o dalla
inconsistenza dell'uno e dell'altro e accettando di
buon grado, ad ogni tappa, bruschette, frittata, vino
e birra.
SAN
GIACOMO
- Un tempo la festa del 25 luglio in onore del Patrono
del rivestiva importanza primaria. Negli ultimi decenni
è venuta man mano decadendo. Da qualche anno
è stata rivitalizzata, divenendo un'importante
occasione di incontro e solidarietà, spesso con
raccolte di fondi per scopi umanitari. Dopo le funzioni
liturgiche ci si trova tutti in piazza a ballare, scherzare
e partecipare a giochi popolari che coinvolgono grandi
e piccini, ed a consumare polenta o cavatelli. L'orchestrina
di turno rallegra la folla con le sue note. Documenti
del XVIII secolo testimoniano che, in occasione della
festività, si svolgevano in passato gare di lotta
e di canto; ai vincitori la cappella del Monte dei Morti
assegnava un pallio (mantello) di seta.
GIORNATA
DEL PASTORE
(vedi la pagina dell'economia).
SAN
DONATO
- Si celebra il 7 agosto quella, che in ordine di importanza,
é la seconda festa del paese. Tempo addietro
in tale data si festeggiava la ricorrenza di San Gaetano
e per l'occasione si dava luogo alle stesse competizioni
che avvenivano a San Giacomo. In tempi più o
meno recenti a San Donato si svolgeva, lungo la strada
che va dal Ponte di S.ta Maria al cimitero, un'importante
fiera bestiame che richiamava gli allevatori di tutti
i paesi limitrofi; al mattino il paese era svegliato
da un concerto di muggiti, belati, nitriti. Da quando
fiere di questo tipo sono state vietate per motivi di
profilassi, San Donato é diventata una tipica
festa paesana in occasione della quale, al significato
religioso,
si affianca l'impegno dell'Amministrazione unitamente
alla Proloco "Per Roccamandolfi" di allietare
con concerti ed altre manifestazioni, le calde serate
di agosto dei roccolani e dei tutristi.
15
AGOSTO
- Quasi nessun roccolano in agosto va al mare. Agosto
a Roccamandolfi significa "la montagna". Dall'inizio
dell'estate ci si organizza in piccoli gruppi per una
settimana di campeggio a Campitello, alle Selve Piane
o nelle altre numerose, splendide radure in cui, alla
ricerca di pace, quiete, aria pura e natura incontaminata,
giungono campeggiatori da ogni dove.
Punto focale del ferragosto é, naturalmente,
il giorno quindici: solo la valle di Campitello accoglie
migliaia di vacanzieri a cui, nel tardo pomeriggio,
il parroco offre la Santa Messa.
MITI
E LEGGENDE
Ruderi di Roccamandolfi - Dai ruderi esistenti
sulla sommità di un monte a qualche chilometro
appena da Roccamandolfi, appare in tutta la sua vastità
e quasi nella primiera forma la Fortezza la quale vide
al suo assedio Federico II e poi lo vide andar via adirato
per non essere riuscito nè a prenderla nè
a smantellarla.
La fortezza inespugnabile - Essa è quasi
quadrata, ma in special modo si notano oggi la scala
esterna laterale in direzione da occidente ad oriente
che conduce all'ingresso principale, la porta larga
circa tre metri, varie torri cilindriche e massicce
mura con contro murali a scarpa che dal lato meridionale
erano più esposte all'assalto nemico. Dal lato
settentrionale poi un burrone bello - orrido - impedisce
l'accesso umano, ma solo ai corvi ed a qualche aquilotto,
mentre alla destra della fortezza si distende il Matese
sulle cui cime la dea Giunone, protettrice delle nozze
e particolarmente del Sannio, ove era invocata col nome
di Aera e amava passeggiare avvolta in nere nubi addensate
dal vorticoso vento del mezzogiorno.
L'epica lotta tra il Conte di Molise e Federico II
- La Contea di Molise passò quindi per investitura
di Papa Innocenzo III a Tommaso conte di Cellano e suo
fratello. Ma ecco che Federico raggiunge l'età
maggiore e da poter prendere le redini del Regno, si
fa il 22 novembre del 1220 incoronare imperatore in
Roma; e per non avere nuovi fastidi dai signori che
avevano già cercato di ostacolare oppure ritardare
la sua incoronazione, comincia a far vendetta di costoro.
Tommaso, fiutando allora il cattivo tempo, pensa bene
di lasciare la contessa e gli altri suoi nel Castello
di Boiano, si ritira nella Fortezza di Roccamandolfi
e si prepara a resistere alla vendetta imperiale. Qui
comincia una lotta veramente epica tra Federico II e
Tommaso, conte di Molise,che è un ribelle irriducibile,
un vero temerario. Ma Federico dopo aver fatto non poche
vendette, venutosene verso il Molise assedia Boiano
e la lascia in mano dei suoi. Tommaso allora ne profitta:
di notte muove da Roccamandolfi, piomba su Boiano, sconfigge
gli assedianti, mette tutto a sacco e fuoco, fa buon
bottino e ritorna con la moglie nella sua Fortezza.
Era forse sicuro del fatto suo quando Tommaso D'Aquino,
per comando dell' Imperatore con forze imponenti viene
qui ad assediarlo.Ogni assalto viene, però, respinto
e con gravi perdite. Costretto, quindi, a chiedere nuove
forze all'imperatore, le ottiene ,ma questa volta marcia
alla loro testa Federico II, il quale assedia la fortezza
di Roccamandolfi in modo da non lasciarvi penetrare
più anima viva. Dall'interno intanto la resistenza
degli uomini di Tommaso diviene davvero superiore, eroica.
Sassi, frecce, giavellotti fanno strage degli assedianti,
di modo che Federico, iratissimo, lascia il conte di
Acerra all'assedio e se ne va nella Sicilia invasa dai
Saraceni. Nella fortezza cominciano però a mancare
i viveri, le razioni diminuiscono di giorno in giorno,
il rifornimento è impossibile effettuarlo e il
tempo della resa si prevede essere molto vicino. Tommaso
allora per non cadere nelle mani del nemico, astutamente
e segretamente cerca di uscire dal forte. Infatti in
una notte tetra, mentre l'acqua cadeva a catinelle,
il vento sbuffava furioso e la folgore incuteva paura,
facendo rimanere gli avversari sotto le tende e nei
luoghi di ricovero, non più nei posti di guardia
egli esce con pochi dei suoi fidi e inosservato si allontana,
valica il Matese, chiede aiuto a suo cognato Raimondo
di Aversa ed avutolo corre a Cellano ora in possesso
degli Imperiali, l'assalta improvvisamente, riesce nella
conquista, fa prigionieri i soldati messi a sua custodia
e parte ne uccide.
La
fine della fortezza - Appena questa notizia giunte
al Conte di Acerra, egli lascia a Roccamandolfi con
parte dei suoi e corre a Cellano, ma qui trova Tommaso
fortificato benissimo, di modo che, considerato inutile
ogni suo sforzo, ritorna all'assedio della fortezza
di Roccamandolfi e lo mantiene fino a quando la Contessa,
vedendo terminati i vettovagliamenti, non si arrende.
Arresasi infatti, con la condizione della sicurtà
,dei suoi e delle sue cose, consegna al Conte di Acerra
la fortezza. La Contessa viene chiamata da Federico
II, che per mezzo di lei, vuol trattare col marito.
Si addiviene infatti, dopo altre vicende, ad un accordo,
in base al quale il Conte di Acerra se ne deve andare
fuori del Regno con tutti i suoi e le sue cose, e la
Contessa rimane assoluta signora della Contea di Molise.
Ma nell'stesso anno, sotto falsi pretesti l'imperatore
le toglie la Contea e temendo che qualche nuovo Conte
o Barone ribelle si fortificasse nella fortezza di Roccamandolfi,
famosa per la sua posizione strategica, la fa smantellare.
Cio' nel 1222.
La commovente storia della figlia della Castellana
- Un fatto che pare realmente avvenuto e non leggenda
della pietà popolare è il suicidio della
bella e bionda figliuola della Castellana (la moglie,
cioè, di Tommaso) che in una notte in cui il
Conte di Acerra fu per dare il colpo di grazia alla
fortezza, si affacciò sul burrone, che è
dal lato settentrionale, guardò giù impavida
da quell'altezza vertiginosa, e pur di non cedere la
sua fiorente e profumata giovinezza al cavaliere nemico,
preferì la morte,gettandosi nel vuoto a capofitto
che le acque del torrente sottostante gorgogliando furiosamente,
la accolsero.
Ringraziamo
l'assessore comunale Giovanni Villari per la ricerca
storica ed iconografica.
|
|