VINCENZO ROSSI
Vincenzo Rossi è nato
nel 1924 a Cerro al Volturno, comune dell'Alto Molise, dove è
tornato a vivere dopo l'amara esperienza cittadina.
Figlio di contadini: ama i
lavori e la vita libera dei campi. Pastore, coltivatore, soldato nelle
"Quattro giornate di Napoli", autodidatta, insegnante, preside.
Dal 1990 ha lasciato la scuola
per dedicarsi completamente alla campagna e alla letteratura. Ha pubblicato:
In cantiere, Milano 1961;
Dove i monti ascoltano, Modica 1973;
Verdi terre, Forlì 1979;
Il grido della Terra, Forlì 1987;
I giorni dell'anima, New York 1995;
Respiro dell'erba - Voce delle rocce, Rionero Sannitico
2001 (Poesie);
Conto alla rovescia, romanzo, Modica 1973;
La memoria del vecchio, racconti, Milano 1975;
Il tarlo, racconti, Forlì 1978;
Il Ritorno, romanzo, Forlì 1983;
La terra e l'erba, racconti, Isernia 1984;
Fonterossa, romanzo, Isernia 1987;
Il Cimerone, racconti, Potenza 1990;
Lola, racconto lungo, New York 1991;
Ercole, racconto lungo, Isernia 1998 (Narrativa);
Antonio Angelone visto da V.R. , Roma 1977;
Letture Vol. I, New York 1993;
Scritti vari / 1959 - 1993, New York 1994;
In ricordo del poeta greco Febo Delfi, in collaborazione
con Maria Grazia Lenisa, New York 1995;
Il mondo lirico di Maffeo, New York 1995;
Amore e fedeltà alla parola / Letture vol. II,
New York 1996;
Michele Frenna Mosaicista, New York 1997 (Saggistica);
Platone Poeta (Simposio, Apologia, Critone, Fedone),
Rionero Sannitico 1998;
Realtà e Sogno, La poesia di Julio Beprè,
Rionero Sannitico 1999;
Misura e destino, La voce poetica di Paul Courget, Rionero
Sannitico 1999;
Traduzioni sparse da Mimnermo, Saffo, Catullo, Orazio, Shakespeare,
Baudelaire, F.R. Marìn, G.A. Bècquer (Traduzioni);
Vincenzo Rossi / Fedeltà alla terra, New York
1991;
AA.VV. Vincenzo Rossi nella critica, vol. I, New York
1993;
Enrica Panetta, Regionalismo e visione cosmica nell'opera letteraria
di Vincenzo Rossi, New York 1995;
a cura di Maria e Gigliola Rossi, Vincenzo Rossi nella critica,
vol. II, Rionero Sannitico 2000;
Amerigo Iannacone - Ida Di Ianni, Vincenzo Rossi ed i canti
della terra, Venafro 2001 (Critica della sua opera).
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RESPIRO
DELL'ERBA / VOCE DELLE ROCCE (Edizioni del Centro Studi Letterari
"Eugenio Frate" - 2001 - Rionero Sannitico, Isernia, pp. 169,
Fuori commercio) è l'ultima, pregevole fatica letteraria del
fecondo poeta di Cerro al Volturno Vincenzo Rossi. Poeta, narratore,
critico, traduttore, presidente del Premio di poesia "E. Frate"
di Rionero Sannitico e Direttore in Italia della Rivista Internazionale
Il Ponte Italo - Americano, Rossi - che ha al suo attivo oltre trenta
pubblicazioni - con quest'ennesima opera lirica festeggia - per così
dire - il quarantennio della sua instancabile attività di scrittore.
La sua prima opera letteraria,
la raccolta lirica intitolata In cantiere, si ascrive infatti
all'ormai lontano 1961. Non soltanto per ragioni cronologiche, tuttavia,
Respiro dell'erba / Voce delle rocce può definirsi l'opera
della maturità del Rossi uomo e scrittore.
Che sia un'opera debitamente
pensata e meditata, lo testimoniano non solo la consistenza del volume
- oltre cento liriche e tutte di discreta estensione - e la sua ripartizione
in due sezioni diverse per ispirazione e temi, ma anche il fatto che
il poeta abbia pubblicato quest'opera dopo una pausa di riflessione
decisamente lunga per uno scrittore fecondo come lui.
Sei anni sono infatti intercorsi
dalla pubblicazione della sua ultima silloge poetica intitolata I
giorni dell'anima uscita per le stesse Edizioni del Centro Studi
Letterari "Eugenio Frate" di Rionero Sannitico.
Opera della maturità,
certo, ma in special modo della maturità artistica del poeta.
Lo si comprende da quella che, impropriamente, potrebbe considerarsi
una prima sezione dell'opera stessa, di fianco alle due sezioni più
propriamente poetiche. Stiamo parlando non della premessa, bensì
delle premesse - ben quattro e scritte di suo pugno - che lo scrittore
pone in apertura. Tali premesse risultano a tutti gli effetti brevi
saggi critici: nella prima Rossi si concentra sul rapporto Arte/Poesia,
affermando che "solo l'artista/poeta crea ed è libero";
nella seconda si muove lungo le linee della poesia contemporanea in
Italia, giungendo a teorizzare che "nessuno ha il diritto di
imporre schemi prefabbricati e […] i poeti hanno il dovere di legittimare
con la comprensibilità inequivocabile il loro messaggio, la loro
interiore cifra umana"; nella terza il poeta si pone invece
nelle vesti dello studioso di linguistica, inveendo contro quanti definisce
"manipolatori della lingua ed i loro compiaciuti paladini, che
rendono un pessimo servizio alla poesia, sottraendola dalla fruizione
popolare e chiudendola in ghetti asfittici, in mefitiche officine di
mestieranti". "La distruzione del <versus> - sostiene
il poeta - da parte di coloro che infilzano parole come grani di rosario,
o zigzagando sulla pagina, andando a capo a capriccio, terminando il
verso con articoli, preposizioni, congiunzioni, suffissi, prefissi,
con parole strumentali saldamente legate alla parola che portano all'inizio
del verso seguente, comporta la morte del ritmo, della musicalità,
delle immagini complesse o composte, della frase poetica, della strofa,
del canto…"; nella quarta infine sono riportate delle pagine
tratte dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi, in cui si afferma che "alla
sola immaginazione ed al cuore spetta il sentire e quindi conoscere
ciò ch'è poetico, però ad essi soli è possibile
ed appartiene l'entrare e il penetrare addentro ne' grandi misteri della
vita, dei destini, delle intenzioni sì generali, sì anche
particolari, della natura". Di contro, "Nulla di poetico
poterono né potranno mai scoprire la pura e semplice ragione
e la matematica".
E proprio di cuore ed anima
è intrisa la poesia di Rossi, specie nella prima sezione dell'opera.
Malinconici sono in prevalenza gli accenti del poeta, che in più
di qualche lirica paventa pensieri di morte, pur nella bellezza di avvolgenti
metafore che richiamano le stagioni della sua vita, gli affetti familiari
- primo fra tutti quello per la madre - gli animali domestici vissuti
sin dalla fanciullezza al suo fianco, le giovani vite stroncate nel
fiore degli anni, mentre costantemente soavi corrono i versi in cui
il poeta canta alla natura ed ai suoi vitali elementi, fonte inesauribile
per l'uomo che li ama di primigenia felicità.
È proprio in queste
liriche che si ritrova la matrice autentica della poetica rossiana,
che si identifica in una sorta di panismo che investe i sensi, risvegliando
dal profondo sentimenti apparentemente sopiti e lacrime mai asciugate.
Nella seconda sezione dell'opera,
che reca il bel titolo di In Veneris umbra ed è anticipata
da traduzioni, opera dello stesso poeta - l'Invocazione di Venere dal
De rerum natura di Tito Lucrezio Caro; due epigrammi di Nosside,
considerata la Saffo d'Italia e la lirica El pajaro fugitivo
(L'uccello fuggitivo) di Lope De Vega (oltre ai vv. 225 - 237 da Le
Grazie/Pallade di Ugo Foscolo) - la penna invece si infuoca ed i versi
ardono di una passionalità amorosa, che raggiunge finanche l'estasi
erotica, pur nel sapiente dominio dei sensi da parte del poeta, che
impressiona in maniera indelebile figure femminili da lui realmente
amate o soltanto vagheggiate. Vigore come sempre espressivo nel verso
che incalza per poi distendersi, robustezza di quercia, voli d'aquila
sono dunque i tratti distintivi di quest'ultima raccolta poetica di
Vincenzo Rossi.
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