Paolo
Borrelli
Le
mostre di Paolo Borrelli
È nato
a Gorizia nel 1959, vive e lavora a Campobasso. E' il fondatore, insieme
a Dante Gentile Lorusso, dell'Associazione culturale "Limiti inchiusi"
di Campobasso che opera da anni nel settore dell'arte contemporanea.
Ha al suo attivo numerose mostre personali e di gruppo, interventi d'arte
urbana, performance e installazioni. Ha curato la direzione artistica
di diverse mostre ed eventi culturali, ha progettato numerosi allestimenti
d'importanti mostre d'arte contemporanea, realizzando anche progetti
grafici per pubblicazioni di storia dell'arte, cataloghi di mostre,
manifesti.
Le nuove opere di Paolo Borrelli
hanno un rapporto più diretto con la realtà, più
partecipato di quanto già non fosse in passato. Il suo lavoro
pone in relazione il vissuto quotidiano con la filosofia e la letteratura
contemporanea. Il suo cammino è intercalato, sia per quanto riguarda
la pittura che per le installazioni, da rivisitazioni di autori come
Wittgenstein , Deluze e Guattari, egli cita questi ultimi soprattutto
nella serie di opere in cui elabora il suo concetto di "vuoto".
E' interessante osservare come
nella sua ricerca gli elementi estetici dialogando con le altre discipline,
contaminando i linguaggi e lasciando che la propria poetica venga a
sua volta contaminata da quello che egli intende come priorità
nell'arte.
Le sue figure, i segni, la
scrittura che spesso ha utilizzato, si rivolgono sempre e solo all'arte,
infatti, nei suoi lavori, il dialogo con essa non si interrompe mai.
Egli non crede che l'arte debba necessariamente comunicare qualcosa,
soprattutto non deve creare infingimenti ponendosi su di un piano paritario
con il fruitore, ma sostiene allo stesso modo di Gino De Dominicis:
"E' il pubblico che si espone all'arte e non viceversa."
"L'opera, come io la intendo",
dice Paolo Borrelli "è per sua natura contro ogni volontà
di comunicazione. Ostinata nel volersi imporre, solitaria, non tollera
i conflitti, semplicemente li genera.E' così e non c'è
altro che stupore, dolce malinconia, nella terra della memoria e dei
tempi fermi."
Una testimonianza diretta e
significativa sul suo lavoro la troviamo in quanto ha scritto per il
catalogo della mostra "Pensiero e forma" di qualche anno fa,
dove, sollecitato a parlare del suo lavoro, ha così scelto di
descriverlo:
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"Nel mio lavoro tendo sempre a far dimenticare che si ha a che
fare con della pittura, non perché trovi la pittura inadeguata
come mezzo d'espressione, ma semplicemente perché amo il disagio
che scaturisce dal non essere ancorato alle certezze della tecnica e
della memoria. La mia ricerca è più vicina al caos della
pittura che al suo ordine. Anni fa teorizzai la "casualità
controllata" (una sorta di gestualità con minimo controllo)
che nei miei quadri o installazioni ha bisogno di sacche d'aria e di
vuoto. Ogni opera, come sostengono Deleuze e Guattari in "Che cos'è
la filosofia", deve conservare il vuoto e conservando il vuoto
conservarsi.Non faccio quasi mai progetti per le opere che realizzo,
al massimo uno schizzo appena accennato e anche questo di rado. Porto
in alcuni casi l'idea dell'opera nella testa anche per diversi giorni,
come un parto, come nell'attesa di essere pronto. Nel lavoro che eseguo
c'è sempre una parte mentale e poi una di esecuzione: quello
che ricerco viene semplicemente fuori attraverso la riduzione all'essenziale
dell'idea originaria. Anche se non sembrerebbe il mio è un lavoro
metodico dove la ricerca e il gioco hanno la stessa importanza.Ho sempre
l'idea di un'opera nella testa che a volte può modificarsi fino
al punto da non assomigliare più all'idea iniziale, questo è
quello che io chiamo "casualità controllata" dove il
controllo è molto labile e l'idea è libera di abortire."
Tra i critici d'arte che hanno
parlato del suo lavoro, alcuni si sono soffermati sulla descrizione
dell'opera e delle sue implicazioni e relazioni con il contesto storico-artistico
in cui venivano eseguite (M. Bignardi, R. Lattuada), altri hanno intravisto
nei materiali utilizzati e nelle soluzioni iconografiche un'azione sostanzialmente
etica (A. Masi), oppure, come sostiene Rino Cardone dall'immobilità
delle figure, dall'essenzialità delle forme, dai codici e decorativismi
minimali scaturisce un sentire intensamente la superficie pittorica,
Patrizia Ferri ha invece identificato il lavoro di Borrelli fra quello
degli artisti dell'ultima generazione che operano con interesse intorno
alle problematiche della percezione ed in un testo sull'autore dice:
"…Le fonti della visualità della pittura di Paolo Borrelli
sono in grado di far riflettere sull'atto del vedere come riscoperta
del valore interiore della percezione, ampliandone e dilatandone il
raggio di influenza oltre i consueti meccanismi superficiali e indotti
dall'esterno. Il momento fruitivo infatti è il momento magico
della riflessione in arte, quando cioè il lettore o osservatore
instaura quella particolare sinergia, quel particolare ascolto con l'opera
attivando così una serie di dinamiche sensoriali e psichiche…"
L'arte di Paolo Borrelli, dunque, segue movimenti armonici incerti e
tutt'altro che lineari, proprio perché il suo lavoro mantiene
salda la fede nel dubbio, che appartiene alle sue opere e da sempre
le alimenta.

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Il vuoto armonico delle sue campiture è popolato di ombre che
dialogano con "…l'opera attraverso le sfumature di grigio che possiamo
intuire, mediante i vuoti d'aria che compongono l'ansia della percezione.".
Egli, infatti, accetta la sfida della precarietà e della provvisorietà,
senza sentirsi postumo al proprio tempo, vivendo nella tensione e nel
disagio che essa, sempre comporta (P. Ferri).
Per Borrelli la ricerca artistica
è come un orto ove poter coltivare i propri pensieri, un luogo
dove poter operare una lettura delle stratificazioni del nostro vissuto,
delle "sedimentazioni di un immaginario che si nutre delle energie
della memoria collettiva": un dissodare che non vuole essere un
esercizio di stile, bensì la ricerca di un linguaggio capace
di disegnare un ulteriore orizzonte, una nuovo "vuoto" da
intercettare e ricolmare.
Dante Gentile
Lorusso