Racconti raccolti
Ogni viaggio comporta un cedimento
e un'accoglienza dinanzi all'oggetto della visione: il raccogliere,
l'osservare o il sottrarre senso, diviene il mezzo concreto con cui
ricondurre parole nell'abaco degli incantamenti.
L'occhio di un fotografo è
indiscreto per vocazione, anche quando insegue contenute tracce di racconti
come sa fare Mauro Presutti nella serie degli ulivi.
Vi è un modo silenzioso
ed efficace d'affrancare la visione dall'insinuante tentazione di "attenersi"
al documento visivo, come queste fotografie mostrano; appare chiaro,
infatti, che alcune generazioni di fotografi non sono passate invano:
si è conservata intatta tutta la capacità di essere sul
mezzo con le sofisticate armi di una tecnica sapiente che qui, al contrario,
non ostenta se stessa e non esibisce la propria sintassi.
Presutti ha attraversato con
frugale attenzione le terre da cui ha tratto le sue immagini,
vi ha cercato tracce che annettono senso all'affanno antropologico ma
non si è lasciato avvincere dal retorico realismo del genere.
Il nitore e la forza, non solo
semantica, degli alberi è intrisa della rarefatta monumentalità
del tempo che ha lasciato tracce non lievi sulla loro corteccia.
Viene da chiedersi se le storie
del paesaggio italiano siano state davvero tutte narrate: il lavoro
e il sudore, i lamenti e i sorrisi, lo sfarzo dei monti e la sobrietà
delle colline sottratte alla durezza, hanno connotato un repertorio
di grande qualità, a cui devono aggiungersi le linee sinuose
e guerresche di questi ulivi, con qualcosa in più: le ombre che
non riescono a nascondere anfratti d'ansia, lo svolgersi di rami che
inseguono una bellezza dannata dal conflitto, il fitto tendersi dei
chiaroscuri controllati con perizia e intelligenza e che parlano ancora
di attese e di soste ma anche di timori e di passi perduti nella notte
della vita.