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Chronicon
 

di Francesca Penta


I GIOVANI AD ISERNIA

"Isernia come Manhattan": con questo titolo qualche anno fa una nota e dozzinale rivista rivelava "i piccanti segreti di una provincia italiana", velati da una facciata troppo linda per sembrare credibile. "Isernia: un'oasi di tranquillità" continua a recitare "Il Sole 24 Ore" nelle sue ben note graduatorie relative alla qualità della vita nelle città italiane. Isernia assimilata alla tipica provincia americana puritana, bigotta, tradizionalista, ancorata ai "valori" sani da una parte, e poi pronta ad aprirsi a esperienze "estreme", assetata di vita, avida di trasgressione.

È difficile, per chi scrive, essere obiettivi nel giudizio (che poi non vuole esser tale, nel senso moralistico del termine) su una città (o cittadina, o paesone, o borgo?) tutto sommato amata e denigrata, vissuta e abbandonata, aggredita, ma soprattutto temuta.

Isernia è per i miei coetanei "il paese delle contraddizioni", più da custodire nella memoria che da vivere. Due generazioni, anche se separate solo da pochi anni, di giovani a confronto: gli universitari, proiettati verso nuove realtà urbane più stimolanti, più vive, più caotiche e più ricche, che si prospettano come dovevano apparire mezzo secolo fa e in un altro continente, dalla famosa Ellis Island, le strade "lastricate d'oro" di New York; e poi i teen-agers, ingobbiti nei loro giubbotti di serie, persi nel cielo della noia, inghiottiti e al tempo stesso rigettati dalla pseudo-volontà di un cambiamento che si concretizza nelle scuole occupate, negli ideali propri di una contestazione ormai lontana negli anni, nelle voci urlate nel silenzio, solo per farsi sentire.

Giovani vecchi affogati nell'indifferenza, invischiati nella melmosa realtà del "branco", in cui ognuno cerca di trovare il suo appiglio, il suo punto di riferimento e di forza, il suo amo per emergere. Giovani soli che cercano la luce in un "altrove" artificiale, insano, nascosto, lontano dagli occhi ostili di una scuola bigotta e di una famiglia troppo presente che non li lascia crescere. Giovani deboli e insicuri, pronti a nascondere sotto una maschera baldanzosa e aggressiva i timori dei vent'anni, trascorsi nell'ozio di uno squallido baretto di domenica pomeriggio, o di fronte a una birra e alle solite facce nel fumoso locale di rito del sabato sera. Giovani che aspettano la loro occasione, che sognano di realizzarsi in modo nuovo, improvviso, stimolante, invece di guardare uno squarcio di cielo che incombe su campi cangianti, seguendo lo scorrere delle stagioni, dei mesi, degli anni.

Le montagne, i fiumi, i laghi, l'aria pulita, la tranquillità, le bellezze artistiche che giacciono abbandonate su sfondi pittoreschi, non bastano più. Forse potevano, anni fa, riempire di aspettative le menti di bambini che oggi, divenuti adulti, vogliono evadere dalle certezze della famiglia, dalla vita borghese di cui alcuni ambienti trasudano, dalla realtà di sempre. "Non vorrei mai andare via da qui, si sta così bene; ogni volta che parto non vedo l'ora di tornare...", così mi risponde una ragazzina dall'alto dei suoi sedici anni vissuti serenamente, in piena armonia col suo microcosmo fatto di serate passate tranquillamente a chiacchierare con i compagni di classe, nella calma riposante dei pomeriggi primaverili, nel freddo gelido e penetrante delle mattine invernali.

Mi tornano in mente all'improvviso la frizzante smania dei miei sedici anni, l'entusiasmo con cui vivevo gli studi, le amicizie eterne, le confidenze scambiate in gruppo, l'attesa spasmodica per la settembrina, umida, puntuale "Festa dell'Unità" alla villa comunale. Ed è lì che ci ritrovavamo tutti, aspettando la sera successiva per vederci nuovamente, coinvolti nel mito del "tirar tardi", almeno poche sere all'anno. "Certo, qui ci si sente come in un mondo a parte, ovattato, protetto, ma ho voglia di scappare, di vivere in una grande città, caotica, affollata, inquinata... ma viva!!", mi grida quasi un diciottenne dallo sguardo sveglio, seduto su una delle panchinette in legno consunto che separano gli abeti sul corso principale della città. E' qui che si concentra il passeggio serale (la classica 'ora d'aria' dalle 19,00 alle 20,00), è qui che pochi liceali si scambiano baci e sogni di vita, è qui che si incontrano sempre più spesso coppie attempate e non teen agers entusiasti e sorridenti. Molti di loro scappano, gli altri aspettano di poterlo fare. E chi resta cosa fa, davvero, per cambiare?


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