I GIOVANI AD ISERNIA
"Isernia come Manhattan":
con questo titolo qualche anno fa una nota e dozzinale rivista rivelava
"i piccanti segreti di una provincia italiana", velati da
una facciata troppo linda per sembrare credibile. "Isernia: un'oasi
di tranquillità" continua a recitare "Il Sole 24 Ore"
nelle sue ben note graduatorie relative alla qualità della vita
nelle città italiane. Isernia assimilata alla tipica provincia
americana puritana, bigotta, tradizionalista, ancorata ai "valori"
sani da una parte, e poi pronta ad aprirsi a esperienze "estreme",
assetata di vita, avida di trasgressione.
È difficile, per chi
scrive, essere obiettivi nel giudizio (che poi non vuole esser tale,
nel senso moralistico del termine) su una città (o cittadina,
o paesone, o borgo?) tutto sommato amata e denigrata, vissuta e abbandonata,
aggredita, ma soprattutto temuta.
Isernia è per i miei
coetanei "il paese delle contraddizioni", più da custodire
nella memoria che da vivere. Due generazioni, anche se separate solo
da pochi anni, di giovani a confronto: gli universitari, proiettati
verso nuove realtà urbane più stimolanti, più vive,
più caotiche e più ricche, che si prospettano come dovevano
apparire mezzo secolo fa e in un altro continente, dalla famosa Ellis
Island, le strade "lastricate d'oro" di New York; e poi i
teen-agers, ingobbiti nei loro giubbotti di serie, persi nel cielo della
noia, inghiottiti e al tempo stesso rigettati dalla pseudo-volontà
di un cambiamento che si concretizza nelle scuole occupate, negli ideali
propri di una contestazione ormai lontana negli anni, nelle voci urlate
nel silenzio, solo per farsi sentire.
Giovani vecchi affogati nell'indifferenza,
invischiati nella melmosa realtà del "branco", in cui
ognuno cerca di trovare il suo appiglio, il suo punto di riferimento
e di forza, il suo amo per emergere. Giovani soli che cercano la luce
in un "altrove" artificiale, insano, nascosto, lontano dagli
occhi ostili di una scuola bigotta e di una famiglia troppo presente
che non li lascia crescere. Giovani deboli e insicuri, pronti a nascondere
sotto una maschera baldanzosa e aggressiva i timori dei vent'anni, trascorsi
nell'ozio di uno squallido baretto di domenica pomeriggio, o di fronte
a una birra e alle solite facce nel fumoso locale di rito del sabato
sera. Giovani che aspettano la loro occasione, che sognano di realizzarsi
in modo nuovo, improvviso, stimolante, invece di guardare uno squarcio
di cielo che incombe su campi cangianti, seguendo lo scorrere delle
stagioni, dei mesi, degli anni.
Le montagne, i fiumi, i laghi,
l'aria pulita, la tranquillità, le bellezze artistiche che giacciono
abbandonate su sfondi pittoreschi, non bastano più. Forse potevano,
anni fa, riempire di aspettative le menti di bambini che oggi, divenuti
adulti, vogliono evadere dalle certezze della famiglia, dalla vita borghese
di cui alcuni ambienti trasudano, dalla realtà di sempre. "Non
vorrei mai andare via da qui, si sta così bene; ogni volta che
parto non vedo l'ora di tornare...", così mi risponde una
ragazzina dall'alto dei suoi sedici anni vissuti serenamente, in piena
armonia col suo microcosmo fatto di serate passate tranquillamente a
chiacchierare con i compagni di classe, nella calma riposante dei pomeriggi
primaverili, nel freddo gelido e penetrante delle mattine invernali.
Mi tornano in mente all'improvviso
la frizzante smania dei miei sedici anni, l'entusiasmo con cui vivevo
gli studi, le amicizie eterne, le confidenze scambiate in gruppo, l'attesa
spasmodica per la settembrina, umida, puntuale "Festa dell'Unità"
alla villa comunale. Ed è lì che ci ritrovavamo tutti,
aspettando la sera successiva per vederci nuovamente, coinvolti nel
mito del "tirar tardi", almeno poche sere all'anno. "Certo,
qui ci si sente come in un mondo a parte, ovattato, protetto, ma ho
voglia di scappare, di vivere in una grande città, caotica, affollata,
inquinata... ma viva!!", mi grida quasi un diciottenne dallo sguardo
sveglio, seduto su una delle panchinette in legno consunto che separano
gli abeti sul corso principale della città. E' qui che si concentra
il passeggio serale (la classica 'ora d'aria' dalle 19,00 alle 20,00),
è qui che pochi liceali si scambiano baci e sogni di vita, è
qui che si incontrano sempre più spesso coppie attempate e non
teen agers entusiasti e sorridenti. Molti di loro scappano, gli altri
aspettano di poterlo fare. E chi resta cosa fa, davvero, per cambiare?