Zulu
2001
A Campobasso di Luca detto
Zulu, leader dei 99 Posse, si ricorda come tanti anni or sono - la band
era agli inizi della carriera - intervistato da una radio privata si
lamentasse orgoglioso, in un moto anticonsumistico: "Noi proletari
mangiamo solo una volta al giorno". Commovente, se non fosse che
anche due lustri fa le rotondità del cantante, decisamente sovrappeso,
facevano provincia.
Ieri sera (domenica 30 dicembre 2001) al concerto campobassano nella
discoteca Egizia qualcuno mi ha mormorato nell'orecchio che nella clausola-tipo
del contratto per le serate dei 99 c'è la fornitura di svariate
bottiglie di champagne, "alla faccia del comunismo". Non ci
ho creduto, ma mi è piaciuta la battuta di uno dei fan che, al
cantante che gridava: "Stanotte festeggiamo il nostro decimo compleanno:
1991-2001, e lo facciamo con voi", ha ribattuto: "Allora le
venti carte che abbiamo pagato per entrare erano un contributo per fargli
un regalo collettivo, altrimenti suonavano gratis".
Che esistano ancora rock-star dure e pure, anticorpi nella Babilonia
dello spettacolo e dei soldi fruscianti, al riparo della grande e satanica
industria musicale, a questo non ci credono più nemmeno i 14enni.
Quindi la parte meno gradevole del concerto è stata quella in
cui Luca ha lanciato i soliti anatemi sul sistema "che vuole annichilire
il gruppo, ma non ci sono riusciti, e continueremo a combattere eccetera
eccetera".
Fatto sta che, chiusa la parte didascalico-didattica e impugnati microfoni,
bacchette, basso e synt, i sei effigiati sulle locandine come supereroi
cyborg in cartoni animato hanno scatenato una performance al fulmicotone.
Un muro di suono. Belle voci intrecciate. Melodie ritmo rumorismo. I
99 Posse giocano bene con la miscela linguistica italiano-napoletana,
la sanno manipolare, sanno renderla avvolgente. Musicalmente, sono una
realtà consolidata. Diciamolo: scrivono canzoni 1) belle; 2)
in grado di fare riflettere. Nonostante il rischio, sempre in agguato,
che l'antimoda contestataria diventi una moda a pieno titolo, e che
i ragazzini si invischino in un'ora e mezzo di protesta militante durante
il concerto per poi tornare a casa e ammirare Berlusconi al Tg4 "perché
è un uomo in gamba e può fare con l'Italia quello che
ha fatto con le sue aziende…".
C'è anche un altro aspetto.
Zulu non è bello, ha un aspetto bovino, con l'anellone appeso
alle narici, ha la panza e un ombelico profondo come un pozzo artesiano.
E' diverso dai divetti musicali: piace per quello che dice, nessuna
ragazzina sognerebbe una notte d'amore con lui come con Tiziano Ferro
o Nek.
Meg, l'altra voce, che di anni ne avrà 25 ma sul palco ieri ne
dimostrava il doppio, pur dotata a suo modo di un certo fascino, non
è la showgirl modello Letterine di Gerry Scotti: canta con convinzione,
ed è l'anima della squadra. Come si dice in gergo: se li porta
tutti dietro. La musica politica dei 99 Posse poggia dunque su qualcosa
di autentico, nel senso che se li ascolti e alla fine ti chiedi se lo
spettacolo è stato bello e il messaggio convincente, non puoi
che annuire. Nonostante tutte le contraddizioni e le ambiguità
di chi vendendo musica fa i soldi e si propone come avanguardia del
proletariato.
Il fatto è che tra minacce di morte ai fascisti e palate di merda
sui potenti e i celerini, Zulu, leader maximo della rivoluzione targata
Italia e partenopeo dalla faccia cattiva, è uno come tutti. Al
termine di un pezzo ha pregato i gestori dell'Egizia di chiudere la
porta che dava sul retro in fondo alla sala, lontanissima dal palco,
tenuta aperta per il ricambio d'aria. Gli arrivava lo spiffero sul pancino.
"Altrimenti ci viene un infarto…". Come ad un pensionato delle
Poste.