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Disagio Sociale
 

di Teresa Monaco


I giovani e la vita
Una sfida, un'avventura

Dire che la vita è un'avventura, una sfida, una lotta… è sempre troppo riduttivo o settoriale e darne una definizione vera, completa e soddisfacente sarebbe impossibile. Una di quelle definizioni che avrebbero messo in crisi anche l'inventore del concetto, Socrate, sempre alla ricerca del "Che cos'è?". Personalmente mi sono arresa a voler descrivere con le parole la vita, ma ho cominciato a vederla con gli occhi di un essere umano. Potrebbe sembrare contraddittorio oppure incomprensibile: ho semplicemente abbandonato la ricerca di un concetto asettico ed oggettivo per abbracciare invece una visione più umana, dettata non dalla ragione , ma dal cuore e dall'istinto. Infatti ho capito che l'unica base su cui indagare un mistero come la vita è l'istinto, l'affidarsi ai sentimenti e alle emozioni. Poco tempo fa mi è capitato un aneddoto che mi ha fatto riflettere molto sulla vita nella sua interezza, sul dolore che c'è in essa e sulla sua bellezza.

Ho incontrato un uomo, un padre, al quale avevano da pochi mesi ucciso il figlio. Questo ragazzo, poco più che ventenne, stava manifestando per i propri diritti quando è stato raggiunto da due colpi di pistola che lo hanno ucciso immediatamente. Il padre ha saputo la notizia solo due giorni dopo. Questo l'antefatto. Una storia che potrebbe essere quella di tanti padri e di tanti ragazzi, ma quello che la rende diversa dalle altre è il fatto che io ho visto quel padre, gli ho parlato e, alla conclusione del nostro colloquio, ero diversa. Ero più attaccata alla vita di quanto lo fossi mai stata. L'unica cosa che mi tornava ossessivamente in mente era un verso della poesia di Ungaretti che più o meno suona così "Non sono mai stato tanto attaccato alla vita", benché vi fosse accanto al poeta un compagno appena morto. Infatti le sensazioni che questo padre mi ha trasmesso erano di una contraddittoria energia: sembrava che dicesse "Alla morte di mio figlio rispondo continuando a vivere e a lottare".

Quando ho incrociato gli occhi di quest'uomo mi sono sentita inadeguata, e mi sono vergognata, ed ho abbassato vigliaccamente gli occhi, incapace di trasmettere altro se non pietà, dolore o tristezza. Suppongo in un moto di orgoglio e disprezzo per l'insieme dei gesti compiuti, ho rialzato gli occhi e fissato quelli del padre e dell'uomo che era davanti a me. Non serviva scrutare a fondo per potervi leggere tutta la disperazione e l'angoscia patite in quei mesi: erano occhi velati non da lacrime, ma da un velo di pena diventato ormai parte stessa del corpo, grandi occhi pesanti di sofferenza. Nessuno avrebbe potuto essere immune dal provare quanto meno compassione per quell'uomo con le spalle leggermente ricurve sulle quali sembrava portare il peso fisico e consistente della sua vita e di quella di tutti i padri che hanno provato dolore per i propri figli. Ero sul punto di cedere alle lacrime che arrivavano agli occhi senza che potessi controllarle, ma quell'uomo ha cominciato a parlare. La voce era ferma e forte, le sue parole piene di coraggio e di dignità. Tutta la mia compassione si era trasformata in pochissimo tempo in profonda ammirazione. Ammiravo quel padre che metteva da parte reticenze e condivideva con gli altri il suo dolore, quel padre che nonostante tutto continuava a combattere per se e per il proprio figlio, quell'uomo che ha lasciato posto nella sua vita per il dolore (e cosa altro fare?!?), ma che ha anche trovato la forza di volerla cercare, altra forza intorno e dentro di lui.

Sarebbe troppo banale dire che ha voltato pagina e la memoria del figlio lo accompagna, no, è un uomo che soffre e non vuole smettere di farlo, ma che ama la vita- la sua e quella di suo figlio. Ha urlato, inveito contro di essa, ci è sceso a patti, ma seguita a vivere, a lottare per vivere più giustamente e più umanamente. Ho visto il contrasto tra i suoi occhi e ciò che ha detto non soltanto con le parole ed ho creduto come mai prima che nonostante tutto la vita è vita e null'altro accanto. Senza spiegazioni o altri accostamenti di parole "LA VITA E' VITA" e nessun termine riuscirebbe a spiegarne l'intrinseca natura e la meraviglia che si cela dietro questa affermazione.

Di esempi come questo ce ne sono tanti. L'amore per la vita è un tutt'uno con l'essenza stessa dell'uomo. Ecco di cosa mi sono convinta: l'essere umano non deve imparare ad essere legato alla vita, lo è geneticamente, istintivamente e persino razionalmente. Addirittura riflettendo attentamente a tutte le brutture e le ingiustizie che si incontrano nella vita o che sono endemicamente presenti nel mondo non si riesce a staccarcisi. E di questo mi hanno convinto tutte quelle parole di elogio all'esistenza che vengono fuori dal dolore. Le parole di Madre Teresa, del padre che ho incontrato, dei tre milioni e più di persone che nel mondo muoiono di fame, dei condannati a morte, degli uomini i guerra…sono queste le testimonianze che scuotono nel profondo quel pezzetto, piccolo ma inarrestabile, della nostra anima addetto a farci adorare la vita.

Eppure aprendo i quotidiani alla pagina di cronaca, è notizia di questi giorni il suicidio di due ragazzi nella mia città. Scelte del genere mettono in dubbio tutte quelle certezze, quegli schemi mentali e quei castelli che ci si costruisce per far fronte al dolore e gettano nell'incertezza tutte le riflessioni. Persino la mia teoria sull'innato innamoramento di uomo e vita è messa in discussione da fatti come questi. A questo punto mi tornano in mente le parole di Anna Frank "…nonostante tutto credo ancora nell'intima bontà dell'uomo!" e parafrasandole: malgrado tutto sono episodi che con tutta la loro carica distruttiva di disperazione ed annientamento non mettono in pericolo la relazione che vi è tra uomo e vita. Il soffio vitale rimane nell'uomo benché questo scelga di non trattenerlo più: l'essere umano è legato all'esistenza fino al midollo e di essa si nutre sempre.

I giovani sono l'espressione più alta della vita, è una vecchia credenza popolare che in parte può essere considerata giusta: ogni uomo è espressione massima della vita, ma nei giovani la spinta verso l'esistenza è più pressante, come può essere più pressante la spinta verso la morte. Appare come un luogo comune talmente usato da non poterlo più ascoltare senza suscitare ribellioni, ma nei giovani - almeno nel mio caso e in quello dei miei amici - la differenza tra gli opposti è netta, non esistono le cosiddette "sfumature". Di conseguenza la vita come la morte sono percepite inconsapevolmente come due facce della stessa moneta, ma esteriormente distintamente separate; così anche la scelta tra vita e morte è ferma e decisa, in molti casi anche più drammatica dalla medesima decisione operata dall'adulto. Forse questo è il motivo per il quale mia nonna, come tantissime altre persone, ritiene che i giovani siano genuini e freschi come lo è la vita e questa affinità di qualità fa in modo che siano uniti a doppio filo.

Credo che il giovane sia messo a dura prova dal mondo e che l'alternativa di rinunciare all'esistenza sia riconducibile a questo, ma se il giovane sceglie di dire sì alla vita, allora il loro rapporto sarà di eterno e profondo amore. La vita in tutti i suoi aspetti: intellettuale, professionale, affettiva, sociale, spirituale… è affrontata dai giovani come un dono. Mi rifugio in questa banalità perché descrivere il comportamento dei giovani nei confronti della vita sarebbe un'impresa troppo ardua anche per il più esperto poeta. Riesco solo a dire che è un dono di non importa chi, con non importa quale fine né con quale causa. Un dono che implica rispetto e ricerca, amore e fedeltà ai propri principi, che significa accogliere quello che viene dall'esterno e mostrare la nostra anima, che merita considerazione e difesa. Perché se chiudendo gli occhi e lasciandosi attraversare da tutta l'essenza che ci circonda la nostra anima è rapita e quasi in estasi, allora nulla può essere comparato o posto come esempio per spiegare cosa succede nell'intimo di un essere umano quando si aprono gli occhi. E quando si parla. E quando si agisce.

La vita è vita. Senza altre spiegazioni. Ed i giovani sono immersi nella vita. Per loro non è un'avventura, una sfida, una lotta, è solo una condizione naturale. E' il modo di contribuire al creato e di creare a loro volta. Dei giovani si parla così spesso in modo negativo ricordando solo quegli aspetti della loro esperienza come la droga o la violenza che danno un quadro completamente errato. Se si guardano i giovani solo sotto questo punto di vista potrebbe sembrare che i ragazzi siano distanti anni luce dalla vita e che, anzi, la rifuggano categoricamente. Invece anche questi elementi sono una maniera per chiedere aiuto alla vita e per dimostrare il loro attaccamento. Un ragazzo che viene "allontanato" dalla società da fatti estranei a lui, ma profondamente dolorosi vede davanti a sé due strade: quella della morte e quella della fuga che può essere di vari tipi, uno dei quali la tossicodipendenza o l'alcolismo oppure la scelta della violenza. In realtà i giovani sono non si allontanano mai dalla vita, ma lottano con essa e questa lotta diventa la dimostrazione della loro adorazione verso il dono più prezioso di tutti. Noi ragazzi cerchiamo di costruire una vita ed un mondo migliore amando e comprendendo.

E se ora, alla conclusione della mia riflessione sulla vita intrapresa per stendere questo elaborato mi si richiedesse cos'è la vita e come i giovani si pongono nei suoi confronti avrei una risposta, che so non essere oggettiva o razionale, che può apparire senza senso, ma che è la sintesi del mio pensiero e della mia esperienza. "La vita è l'unione contemporanea dello spirito con quanto di più terrestre possa esserci e con quanto di più divino la mente umana possa concepire. I giovani sono nel mezzo a godere di questa comunione di terreno ed ultraterreno come in un turbine di profonda ed inesauribile energia ed amore.


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