I giovani e la vita
Una sfida, un'avventura
Dire che la vita è
un'avventura, una sfida, una lotta
è sempre troppo
riduttivo o settoriale e darne una definizione vera, completa e
soddisfacente sarebbe impossibile. Una di quelle definizioni che
avrebbero messo in crisi anche l'inventore del concetto, Socrate,
sempre alla ricerca del "Che cos'è?". Personalmente
mi sono arresa a voler descrivere con le parole la vita, ma ho cominciato
a vederla con gli occhi di un essere umano. Potrebbe sembrare contraddittorio
oppure incomprensibile: ho semplicemente abbandonato la ricerca
di un concetto asettico ed oggettivo per abbracciare invece una
visione più umana, dettata non dalla ragione , ma dal cuore
e dall'istinto. Infatti ho capito che l'unica base su cui indagare
un mistero come la vita è l'istinto, l'affidarsi ai sentimenti
e alle emozioni. Poco tempo fa mi è capitato un aneddoto
che mi ha fatto riflettere molto sulla vita nella sua interezza,
sul dolore che c'è in essa e sulla sua bellezza.
Ho incontrato un uomo,
un padre, al quale avevano da pochi mesi ucciso il figlio. Questo
ragazzo, poco più che ventenne, stava manifestando per i
propri diritti quando è stato raggiunto da due colpi di pistola
che lo hanno ucciso immediatamente. Il padre ha saputo la notizia
solo due giorni dopo. Questo l'antefatto. Una storia che potrebbe
essere quella di tanti padri e di tanti ragazzi, ma quello che la
rende diversa dalle altre è il fatto che io ho visto quel
padre, gli ho parlato e, alla conclusione del nostro colloquio,
ero diversa. Ero più attaccata alla vita di quanto lo fossi
mai stata. L'unica cosa che mi tornava ossessivamente in mente era
un verso della poesia di Ungaretti che più o meno suona così
"Non sono mai stato tanto attaccato alla vita", benché
vi fosse accanto al poeta un compagno appena morto. Infatti le sensazioni
che questo padre mi ha trasmesso erano di una contraddittoria energia:
sembrava che dicesse "Alla morte di mio figlio rispondo continuando
a vivere e a lottare".
Quando ho incrociato gli
occhi di quest'uomo mi sono sentita inadeguata, e mi sono vergognata,
ed ho abbassato vigliaccamente gli occhi, incapace di trasmettere
altro se non pietà, dolore o tristezza. Suppongo in un moto
di orgoglio e disprezzo per l'insieme dei gesti compiuti, ho rialzato
gli occhi e fissato quelli del padre e dell'uomo che era davanti
a me. Non serviva scrutare a fondo per potervi leggere tutta la
disperazione e l'angoscia patite in quei mesi: erano occhi velati
non da lacrime, ma da un velo di pena diventato ormai parte stessa
del corpo, grandi occhi pesanti di sofferenza. Nessuno avrebbe potuto
essere immune dal provare quanto meno compassione per quell'uomo
con le spalle leggermente ricurve sulle quali sembrava portare il
peso fisico e consistente della sua vita e di quella di tutti i
padri che hanno provato dolore per i propri figli. Ero sul punto
di cedere alle lacrime che arrivavano agli occhi senza che potessi
controllarle, ma quell'uomo ha cominciato a parlare. La voce era
ferma e forte, le sue parole piene di coraggio e di dignità.
Tutta la mia compassione si era trasformata in pochissimo tempo
in profonda ammirazione. Ammiravo quel padre che metteva da parte
reticenze e condivideva con gli altri il suo dolore, quel padre
che nonostante tutto continuava a combattere per se e per il proprio
figlio, quell'uomo che ha lasciato posto nella sua vita per il dolore
(e cosa altro fare?!?), ma che ha anche trovato la forza di volerla
cercare, altra forza intorno e dentro di lui.
Sarebbe troppo banale dire
che ha voltato pagina e la memoria del figlio lo accompagna, no,
è un uomo che soffre e non vuole smettere di farlo, ma che
ama la vita- la sua e quella di suo figlio. Ha urlato, inveito contro
di essa, ci è sceso a patti, ma seguita a vivere, a lottare
per vivere più giustamente e più umanamente. Ho visto
il contrasto tra i suoi occhi e ciò che ha detto non soltanto
con le parole ed ho creduto come mai prima che nonostante tutto
la vita è vita e null'altro accanto. Senza spiegazioni o
altri accostamenti di parole "LA VITA E' VITA" e nessun
termine riuscirebbe a spiegarne l'intrinseca natura e la meraviglia
che si cela dietro questa affermazione.
Di esempi come questo ce
ne sono tanti. L'amore per la vita è un tutt'uno con l'essenza
stessa dell'uomo. Ecco di cosa mi sono convinta: l'essere umano
non deve imparare ad essere legato alla vita, lo è geneticamente,
istintivamente e persino razionalmente. Addirittura riflettendo
attentamente a tutte le brutture e le ingiustizie che si incontrano
nella vita o che sono endemicamente presenti nel mondo non si riesce
a staccarcisi. E di questo mi hanno convinto tutte quelle parole
di elogio all'esistenza che vengono fuori dal dolore. Le parole
di Madre Teresa, del padre che ho incontrato, dei tre milioni e
più di persone che nel mondo muoiono di fame, dei condannati
a morte, degli uomini i guerra
sono queste le testimonianze
che scuotono nel profondo quel pezzetto, piccolo ma inarrestabile,
della nostra anima addetto a farci adorare la vita.
Eppure aprendo i quotidiani
alla pagina di cronaca, è notizia di questi giorni il suicidio
di due ragazzi nella mia città. Scelte del genere mettono
in dubbio tutte quelle certezze, quegli schemi mentali e quei castelli
che ci si costruisce per far fronte al dolore e gettano nell'incertezza
tutte le riflessioni. Persino la mia teoria sull'innato innamoramento
di uomo e vita è messa in discussione da fatti come questi.
A questo punto mi tornano in mente le parole di Anna Frank "
nonostante
tutto credo ancora nell'intima bontà dell'uomo!" e parafrasandole:
malgrado tutto sono episodi che con tutta la loro carica distruttiva
di disperazione ed annientamento non mettono in pericolo la relazione
che vi è tra uomo e vita. Il soffio vitale rimane nell'uomo
benché questo scelga di non trattenerlo più: l'essere
umano è legato all'esistenza fino al midollo e di essa si
nutre sempre.
I giovani sono l'espressione
più alta della vita, è una vecchia credenza popolare
che in parte può essere considerata giusta: ogni uomo è
espressione massima della vita, ma nei giovani la spinta verso l'esistenza
è più pressante, come può essere più
pressante la spinta verso la morte. Appare come un luogo comune
talmente usato da non poterlo più ascoltare senza suscitare
ribellioni, ma nei giovani - almeno nel mio caso e in quello dei
miei amici - la differenza tra gli opposti è netta, non esistono
le cosiddette "sfumature". Di conseguenza la vita come
la morte sono percepite inconsapevolmente come due facce della stessa
moneta, ma esteriormente distintamente separate; così anche
la scelta tra vita e morte è ferma e decisa, in molti casi
anche più drammatica dalla medesima decisione operata dall'adulto.
Forse questo è il motivo per il quale mia nonna, come tantissime
altre persone, ritiene che i giovani siano genuini e freschi come
lo è la vita e questa affinità di qualità fa
in modo che siano uniti a doppio filo.
Credo che il giovane sia
messo a dura prova dal mondo e che l'alternativa di rinunciare all'esistenza
sia riconducibile a questo, ma se il giovane sceglie di dire sì
alla vita, allora il loro rapporto sarà di eterno e profondo
amore. La vita in tutti i suoi aspetti: intellettuale, professionale,
affettiva, sociale, spirituale
è affrontata dai giovani
come un dono. Mi rifugio in questa banalità perché
descrivere il comportamento dei giovani nei confronti della vita
sarebbe un'impresa troppo ardua anche per il più esperto
poeta. Riesco solo a dire che è un dono di non importa chi,
con non importa quale fine né con quale causa. Un dono che
implica rispetto e ricerca, amore e fedeltà ai propri principi,
che significa accogliere quello che viene dall'esterno e mostrare
la nostra anima, che merita considerazione e difesa. Perché
se chiudendo gli occhi e lasciandosi attraversare da tutta l'essenza
che ci circonda la nostra anima è rapita e quasi in estasi,
allora nulla può essere comparato o posto come esempio per
spiegare cosa succede nell'intimo di un essere umano quando si aprono
gli occhi. E quando si parla. E quando si agisce.
La vita è vita.
Senza altre spiegazioni. Ed i giovani sono immersi nella vita. Per
loro non è un'avventura, una sfida, una lotta, è solo
una condizione naturale. E' il modo di contribuire al creato e di
creare a loro volta. Dei giovani si parla così spesso in
modo negativo ricordando solo quegli aspetti della loro esperienza
come la droga o la violenza che danno un quadro completamente errato.
Se si guardano i giovani solo sotto questo punto di vista potrebbe
sembrare che i ragazzi siano distanti anni luce dalla vita e che,
anzi, la rifuggano categoricamente. Invece anche questi elementi
sono una maniera per chiedere aiuto alla vita e per dimostrare il
loro attaccamento. Un ragazzo che viene "allontanato"
dalla società da fatti estranei a lui, ma profondamente dolorosi
vede davanti a sé due strade: quella della morte e quella
della fuga che può essere di vari tipi, uno dei quali la
tossicodipendenza o l'alcolismo oppure la scelta della violenza.
In realtà i giovani sono non si allontanano mai dalla vita,
ma lottano con essa e questa lotta diventa la dimostrazione della
loro adorazione verso il dono più prezioso di tutti. Noi
ragazzi cerchiamo di costruire una vita ed un mondo migliore amando
e comprendendo.
E se ora, alla conclusione
della mia riflessione sulla vita intrapresa per stendere questo
elaborato mi si richiedesse cos'è la vita e come i giovani
si pongono nei suoi confronti avrei una risposta, che so non essere
oggettiva o razionale, che può apparire senza senso, ma che
è la sintesi del mio pensiero e della mia esperienza. "La
vita è l'unione contemporanea dello spirito con quanto di
più terrestre possa esserci e con quanto di più divino
la mente umana possa concepire. I giovani sono nel mezzo a godere
di questa comunione di terreno ed ultraterreno come in un turbine
di profonda ed inesauribile energia ed amore.