Viaggio a Santa Croce di Magliano
Il
comune, a un solo chilometro in linea d'aria dall'epicentro,
registra il più alto numero di sfollati dopo San Giuliano
Il paese dentro il cratere
Quella da Campobasso a Santa
Croce di Magliano, se si esclude un tratto rettilineo e a buona percorrenza,
è una strada che dà il voltastomaco.
Nel senso proprio del termine.
Chi viaggia sul sedile posteriore e ha la visuale preclusa, dopo chilometri
e chilometri di curve, prima o poi vomita. Sul ciglio della carreggiata,
reggendosi allo sportello o al finestrino.
A poco più di una
settimana dal sisma del Basso Molise, fino a metà percorso,
il paesaggio intorno all'automobilista è lo stesso di sempre.
Le crepe sull'asfalto. I colori dell'autunno con la campagna beige,
giallognola, marrone, verde pisello e verde militare. I banchi di
nebbia. Le casette rosse dell'Anas, dismesse. I campi magnetici che
fanno ronzare il cellulare. Le postazioni per lo sfruttamento dell'energia
eolica, che hanno un aspetto sinistro, di carcasse di aerei incastrati
lì in cima, con le pale ancora rotanti.
Poi, poco prima della scritta
"Falcione" all'imbocco di una corta galleria, la prima costruzione
implosa. Quasi tutte le (rare) case di campagna, da lì in poi,
sono nella medesima condizione. Ma non è chiaro se sia stato
il terremoto a rovinarle, o se stessero così già prima.
La misura dell'avvicinamento al ground zero molisano è data
dall'infittirsi dei mezzi dei Vigili del Fuoco sulla strada.
Bonefro è presidiata
da una fila di camionette rosse. All'uscita dal paese, il bivio: a
destra c'è (c'era) San Giuliano; più avanti, Santa Croce
di Magliano. Corsi e ricorsi storici. Si chiama così perché,
dicevano gli anziani, fu ricostruita un po' più in là
(l'opzione Berlusconi per la nuova San Giuliano) rispetto a Magliano,
villaggio raso al suolo proprio da un terremoto secoli e secoli or
sono.
Siamo nella parte meridionale della regione, ai confini con la Puglia.
Dove paesi raccolti in un fazzoletto di terra hanno prodotto culture
e soprattutto dialetti diversissimi. Dove chi lavora fuori guadagna
bene ma si allontana dagli affetti per tornare solo nel week-end,
e chi resta a casa si arrangia come può. In una parola: Sud.
Il Municipio è il
centro operativo: ha perso qualche calcinaccio e mostra crepe vistose.
Gli impiegati, precettati al lavoro febbrile dell'emergenza, gestiscono
la popolazione che con compostezza, senza alzare la voce, vestita
bene - nonostante le notti bianche sulle brande della tendopoli -
reclama alloggi mobili.
Il sindaco Gianfelice non si ferma un attimo, dorme su un lettino
in ufficio, la sua famiglia è spezzettata fra più paesi
della zona.
Come i suoi concittadini,
ha una spina nel fianco: "Siamo il Comune più grande e
il più vicino al 'cratere' di San Giuliano, circa 800 metri
in linea d'aria. Dopo San Giuliano siamo i più colpiti, abbiamo
il numero maggiore di sfollati, oltre 1000 persone nelle tende. Eppure,
fatta qualche rara eccezione, per i tg è come se non esistessimo".
Non se ne fa una questione
d'onore, polemica e campanilistica. Non si fa il minutaggio come in
una gara fra primedonne. Semplicemente: si sta male e si vuole che
la cosa si sappia. E' pienamente legittimo.
La chiesa madre, la chiesa
greca, la chiesa di San Giacomo e la camera mortuaria del cimitero
sono a pezzi. Non è possibile organizzare un corteo funebre
per chi muore.
La zona centrale del paese
è interdetta al traffico. Tutto il corso è off-limits,
un "rettangolo" delle Bermude: circola solo chi ha l'elmetto,
e qualche vecchio del posto deciso, in questa occasione più
che mai, a non farsi dare ordini da nessuno, neppure dai Vigili del
Fuoco.
Il blocco inizia a partire
dalla chiesa di San Giacomo, il cui campanile è stato mozzato
dalla scossa del primo giorno. La punta di metallo se ne è
venuta giù, ed è stata sistemata dentro una specie di
giardinetto laterale.
I pompieri puntellano con
travi di legno una casa del '700 proprio di fronte, a pochi metri.
Prima o poi dovranno demolirla, altrimenti cadrà da sola.
La chiusura si prolunga fino
alla fine del corso, dove inizia la strada che porta a Serracapriola,
in Puglia.
La pioggia oggi non è fitta, non è battente: si possono
percorrere a piedi le due strade parallele al corso che tracciano
il lato lungo del paese.
Le abitazioni non comprese
nella zona morta stanno in piedi, pur se intervallate da muri diroccati
o sbriciolati e da pareti attraversate da cretti e fenditure. Le strutture,
le più fragili o le più sfortunate, hanno ceduto.
L'abitato non ha l'aspetto
fantasma di San Giuliano, non si ha l'impressione che un carro armato
l'abbia spianato. I tetti sono ancora al loro posto, anche se buona
parte delle case è inagibile. Ma è il cuore, come scriveva
Ungaretti, il paese più straziato.
A Santa Croce di Magliano
le strade hanno ancora nomi dolci e umili, retaggio della cultura
popolare e borghigiana in un centro che pure, negli anni settanta,
aveva vitalità culturale, discoteche e la gioventù più
cosmopolita della regione. Via Fico, via Gioco, via Amore, via Limoncelli,
via Cedri. Il vento le spazza. Comincia l'autunno molisano, quello
serio, che screpola la pelle delle mani in pochi minuti.ù
Chi può starsene a
casa, qui in paese, non riesce a godersi fino in fondo le quattro
mura riscaldate, perché in testa ha un chiodo fisso: non tutti
hanno ancora accettato quello che è successo.
Chi lavora per sé e per gli altri - e sono in tanti a farlo,
in questi giorni, in collaborazione con gli uomini degli aiuti - deve
lottare con se stesso, sgombrare la tristezza e rendersi operativo.
Chi è stato costretto dalla mala sorte a prendere la via della
tendopoli ha un nemico oggettivo e pertinace, che impedisce ogni altro
pensiero o risoluzione: il freddo.
In paese fa freddo; nelle
tende, il doppio; nelle tende, di notte, il triplo.
Il terreno dove un tempo giocava una squadra di calcio battagliera
e fiera come i suoi sostenitori, la Turris, è ricoperto di
tende blu del Ministero dell'Interno.
L'odore pesante della plastica
impregna l'aria. Gli inquilini del campo hanno a disposizione un solo
radiatore ogni otto persone, uno per tenda. Ce ne vorrebbero almeno
due, dicono, con due si starebbe bene.
Ma dai bambini agli adulti
ai vecchi, per gli uomini in uniforme solo elogi. Il vitto, il supporto
morale e materiale e l'affabilità offerti dai soccorritori,
nel resoconto di quanti abitano questo paese dentro il paese, sono
le basi di questa empatia.
Nella tendopoli si alternano
anche 40 giovani volontari del paese (preparazione dei buoni pasto,
logistica, cucina, pulizia bagni). Raccontano delle divise rubate
ai Vigili e alla Protezione civile, opera di sciacalli che intendono
intrufolarsi nelle abitazioni private. O di un pugliese di Lesina,
colto in fragrante durante un furto e pestato a sangue dai ragazzi
del Battaglione San Marco.
I più piccoli hanno
già capito che si esiste solo se si passa in tv, ed esultano
di fronte alla macchina fotografica che vuole immortalarli in un momento
di relax a metà mattina, mentre si sfidano a carte su una tavolata
del capannone-mensa. Fanno a gara per rendere testimonianza di avere
rilasciato personalmente interviste esclusive a Canale 5, Rete 4 e
alla Rai. Poi si mettono in posa. Dimenticando le folate fredde e
il fango di fuori.
A qualche decina di metri
dallo stadio, davanti alle scuole medie ed elementari si compie il
rito della restituzione degli zainetti. Erano rimasti dentro, abbandonati
come vogliono le disposizioni in fondo all'aula, sulla parete opposta
alla cattedra, dopo la prima grande scossa. In fila, alunni e genitori,
li recuperano. La giornata è appena iniziata: almeno si torna
ad avere fra le mani qualcosa di caro.
Già
pubblicato su Il Quotidiano del Molise