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"UNA PICCOLA ROCCIA"
La storia vera di una ragazza colpita da tumore dei linfonodi
Uno stimolo a sperare e a non arrendersi


I tre volti amici mi scrutavano attenti, sotto un'atona luce artificiale.

Poi un lampo, un nome che avevo sentito pronunciare altre volte, un nome difficile da ricordare, un nome che ha accompagnato costantemente le mie giornate, negli ultimi sei mesi: linfoma. Tumore dei linfonodi.

È difficile accettare l'idea di avere il cancro a ventisette anni. Ero allibita. Lo stupore e lo sbigottimento iniziali hanno, poi, lasciato il posto al calvario. Due cicli di chemio seguiti da un mese di radioterapia. In cima alla salita, la guarigione. Questa sì, me l'avevano garantita subito, parlando di percentuali molto elevate per i casi analoghi al mio, percentuali che, però, mi provocavano un brivido nella schiena, perché seguite sempre dalla solita frase: "Poi, si sa, in medicina il 100% non esiste…".

I tre volti amici mi hanno seguito durante le terapie e continueranno a farlo, per i prossimi tre anni. Paradossalmente, nei momenti di sconforto che ho attraversato, erano gli unici ad infondermi calma, più della mia famiglia, più dei miei affetti.

I tre mesi di cure sono da poco terminati, lasciandomi dentro uno strano vuoto. Ho sempre finto di non essere malata, quando contavo i capelli sul cuscino, illudendomi che non cadessero, quando ero seduta con una flebo di veleno nel braccio, quando mi abbronzavo ai raggi di una macchina con cui, mi avevano raccomandato, dovevo stabilire un rapporto di fiducioso abbandono. Come con un amante passionale. "Perché, vede, l'aspetto psicologico è fondamentale in questi mali…".

Cercavo quelli come me, chiedevo loro se provavano i miei stessi sentimenti, mi informavo, con avida curiosità mista ad ansia, se avevano seguito il mio stesso percorso, costellato di dolore, rabbia, disperazione. Ma anche di gioia e di sorrisi. Non ho mai smesso di sorridere, per me, ma anche per quelli che mi stavano intorno, per aiutarli ad aiutarmi.

"Una piccola roccia" mi hanno definito i tre volti amici; ero orgogliosa di esserlo, per un attimo ho anche pensato, con soddisfazione, che questa condizione riguardasse solo me; poi, con gioia, ho constatato l'esistenza di altre "rocce", tutte le donne con il mio stesso problema, che hanno lottato e lottano con grinta, perché sanno di potercela fare, perché lo vogliono, perché sono più forti.

Il vuoto, però, me lo porto ancora dentro, in una piccola parte di me, come una cavità indolore in cui lo spazio non può essere colmato. Forse si attenuerà, ma non scomparirà mai del tutto, nemmeno quando mi sposerò, quando i miei figli mi riempiranno le giornate, quando il mio lavoro mi coinvolgerà con passione ed entusiasmo. So che resterà lì e che mi farà compagnia aiutandomi, forse, a vivere meglio…

 

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