Un ricordo di Dante Taglienti
Sul medico cerrese un libro
di Emiddio Izzi
Sono ormai passati nove anni
dalla scomparsa del dottor Dante Taglienti, avvenuta il 13 novembre
1993, ma l'affetto e il ricordo rimangono forti e indelebili nel cuore
e nella mente di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo.
Difatti qualche anno dopo la sua morte si è costituito in Cerro
al Volturno un COMITATO PRO TAGLIENTI che senza finalità di lucro
si è preoccupato di raccogliere i fondi per ricordare ai posteri,
in modo particolare ai giovani, il suo impegn, la sua generosità
e l' abnegazione con i quali ha svolto per ben cinquant'anni la sua
attività professionale, punto di riferimento sanitario dei paesi
dell'Alta Valle del Volturno, della provincia d'Isernia e dei paesi
del vicino Abruzzo e Lazio.
La prima iniziativa è stata la pubblicazione di un libro di biografia
"Dante Taglienti, l'uomo, il medico, il politico" curato egregiamente
dallo storico prof. Emiddio Izzi (casa editrice Biblioteca di Storia
Molisana).
Il secondo impegno è in programma per il 3
agosto, quando sulla piazza di Cerro, si svolgerà una
manifestazione con la messa in posa del busto in bronzo dedicato al
dottor Taglienti, opera dell'artista Albino Fattore.
Nel cuore dei cerresi ancora è vivo il ricordo del giorno dei
suoi funerali, la chiesa, la piazza e le strade di Cerro erano gremite
di gente di ogni età, di ogni ceto come non s'era mai visto per
altri funerali eccellenti.
Tutto ciò perché
Dante Taglienti aveva un legame d'amore profondo per il suo paese, Cerro
al Volturno, qui era stimato da tutti per le sue doti scientifiche,
umane e spirituali, per il suo carattere gioviale, per la sua amicizia,
per la sua generosità verso i bisognosi e i sofferenti.
Taglienti si laureò il 22 novembre 1937 e, poco dopo, durante
la seconda guerra mondiale, fu al fronte come tenente medico, poiché
era convinto che il medico dovesse sempre e comunque portare soccorso
a tutti, difatti con questi ideali esercitò anche nei famigerati
campi di concentramento in Austria e nella ex-Iugoslavia.
Dopo la guerra, ritornato al suo paese, rifiutò offerte allettanti,
e preferì lavorare per la sua gente soddisfatto di aver potuto
ritrovare il proprio ambiente e le proprie radici.
Grande era il rispetto che godeva, rispetto che proveniva da una radicata
gratitudine che per lui nutrivano i suoi pazienti non solo di Cerro
ma anche di tanti paesi limitrofi, spesso, infatti, ripeteva:"il
medico, l'unica cosa che abbia sempre desiderato fare". Difatti
nella sua lunga carriera ha sempre lavorato convinto di essere innanzitutto
un amico cordiale, spinto da una generosa umanità verso i malati.
La stima verso Dante Taglienti era accresciuta anche dal fatto che non
si faceva pagare. E questo , in un ambiente contadino e in particolare
del dopoguerra, ha avuto moltissima importanza. Che io sappia non ha
mai chiesto una lira ai suoi pazienti, anzi sono a conoscenza di moltissimi
casi più urgenti e bisognosi in cui era lui a dare le medicine
o a dare i soldi per comprarle.
Il suo lavoro quotidiano non era basato sui soldi e la gloria, ma sul
rispetto e l'aiuto per chi soffre e per questo le soddisfazioni interiori
non gli mancavano. Il fatto stesso di essere visitato da lui, aveva
un effetto benefico sul paziente, poiché il malato sapeva che
quel medico avrebbe fatto l'impossibile pur di vederlo guarito.
Nel suo modo di visitare il paziente, ciò che colpiva era la
comunicazione che riusciva a stabilire con la persona più che
con il malato.
Nei lunghi e gratificanti colloqui che ho avuto con lui, ho appreso
che il suo aspetto professionale più caratterizzante era la concezione
del malato e del ruolo medico. Il malato, non si può ridurre
a singoli organi, ognuno da affidare allo specialista, ma è un
insieme indivisibile. Quindi il suo approccio nei confronti dell'infermo
era fondato sulla totalità " il paziente è un uomo,
è un'unità psicosomatica, mi diceva, non un numero o una
malattia".
Il ruolo del medico era soprattutto quello di fare una buona diagnosi
e per fare questo il malato doveva essere ascoltato con le mani, con
il respiro, con il colloquio e il medico doveva affidarsi soprattutto
al proprio occhio, orecchio, tatto, ragionamento logico, esperienza,
buon senso
. ed infine agli accertamenti diagnostici.
Oggi invece tra il medico e il malato sembra si instauri sin dall'inizio
uno schermo: le analisi, le indagini a discapito dei metodi che finora
erano considerati pilastri sui quali ogni diagnosi doveva basarsi: l'esame
obiettivo e la storia del malato.
Le sue visite erano lunghe, lasciava parlare molto il paziente perché
per lui era importante mantenere un contatto umano genuino, vitale e
duraturo, anche perché conosceva vita e miracoli, drammi e gioie,
vizi e virtù, speranze e dolori non solo dell'ammalato ma anche
dei genitori e dei nonni.
Quindi questo suo approccio globale del malato gli permetteva di giungere
a diagnosi quasi mai smentite dagli ospedali vicini (Isernia, Campobasso,Pescara,
Napoli), difatti illustri medici di questi nosocomi quando ricevevano
malati con la sua intuizione clinica, la tenevano sempre in alta e seria
considerazione.
Il dottor Taglienti, quando veniva chiamato per le urgenze, si recava
sempre ed immediatamente al capezzale dei pazienti, di notte e di giorno,
con la pioggia e con la neve, nei giorni feriali e festivi, percorrendo
le strade di Cerro, ridente paese, caratterizzato da 13 nuclei abitativi
dislocati sul territorio circostante il castello.
Con lui non si correva mai il rischio di non avere assistenza.Tutti
i pomeriggi anche senza la chiamata d'urgenza, faceva il giro delle
case per andare di sua spontanea volontà a vedere il decorso
degli ammalati e magari anche solo per dare una parola di conforto,
di incoraggiamento e di solidarietà umana. Per questa sua professione
svolta come una missione, la gente credeva in modo incondizionato a
tutto ciò che lui diceva e seguiva alla lettera tutti i suoi
insegnamenti: quante volte ho sentito dire "
.ha detto Don
Dante".
La gente, i pazienti, si sono rivolti a lui anche per consigli di carattere
familiare ed economico, era insomma un consigliere, un confidente, perché
era affidabile e riservato e quindi ispirava completa fiducia. Possiamo
ben capire il vuoto lasciato da questo grande uomo e medico nella gente
di Cerro in particolare e di tutto l'Alto Volturno. Il Dottor Taglienti
ha lasciato un'eredità d'affetti e per questo non morirà
mai, infatti per mantenere viva la memoria i cerresi hanno fortemente
voluto il suo busto sulla piazza , perché sia di esempio per
le nuove generazioni e perché da questa immagine dal volto sereno,
malinconico ed affabile, si possano trarre ancora conforto, giovamento,
buoni propositi e coraggio nelle malattie e nella dura lotta quotidiana.
In questo modo vivrà per sempre nel ricordo di tutti come una
fiammella mai spenta in mezzo al suo popolo.