CELESTINO V
Un sindacalista
del 1200, un Ghandi del Medioevo
Intervista a Padre Quirino Salomone
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Francobollo
dedicato a CELESTINO V nel 1996
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Incontro
con Padre Quirino Salomone
Direttore del Centro Internazionale
di Studi Celestiniani
TRIVENTO, 12 FEBBRAIO 2002
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Chi è Celestino V?
Da venti anni esiste a L'Aquila un centro di studi internazionale
su Celestino. È un centro internazionale: noi crediamo che
Celestino abbia detto una parola nuova. Raul Manzelli e Jacques LeClerq
parlano di storia della Chiesa «prima e dopo Celestino».
Lo considerano, cioè, l'uomo del cambiamento, uno spartiacque
fissato nel 1294. Nei convegni a lui dedicati abbiamo approfondito
la cornice, la parte relativa al contesto storico-culturale dell'epoca:
quest'uomo vive in un periodo caratterizzato da tre concilii ecumenici
e dalla presenza di personaggi del calibro di Francesco d'Assisi,
Domenico di Guzman, Buonaventura da Bagnoregio, Antonio da Padova,
Tommaso d'Aquino, Alberto Magno. In questa situazione c'è la
proposta di un eremitismo messo in atto da Celestino in Abruzzo e
Molise.
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Abruzzo o Molise? Dov'è nato Celestino?
Noi prendiamo le distanze da questa discussione. Non c'interessa.
Celestino è patrimonio dell'Umanità come Gandhi, come
Francesco, come Madre Teresa.
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Perché questa proposta di eremitismo risultò strana?
Perché il personaggio che la proponeva sembrava incarnare la
profezia di Gioacchino da Fiore che diceva che sarebbe venuto un momento,
nella storia della Chiesa, in cui si sarebbe fatta maggiore attenzione
alla presenza dello Spirito Santo, dopo l'età del Padre e l'età
del Figlio. Doveva arrivare, insomma, gente illuminata dallo Spirito
Santo.
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Cosa c'è prima e cosa c'è dopo Celestino nella storia
della Chiesa?
Prima c'è una Chiesa carnalis. In questo periodo la
storia della Chiesa non era diversa dalla storia degli stati. Nel
1200 si delineano due tipologie di Chiesa: una lassista e una all'avanguardia
in campo spirituale, nel senso di fedeltà al Vangelo. L'espressione
massima di questo secondo tipo di Chiesa è la riforma francescana.
Celestino si allinea a questa riforma, alla ricerca dell'affermazione
di una Chiesa povera, santa e rivolta ai poveri. Attualizza, nel suo
eremitismo, un tipo di vita che non è quella benedettina. Secondo
Celestino i benedettini erano diventati quasi dei principi e i loro
monasteri somigliavano alla residenze dei nobili. Celestino va incontro
alla gente. Educa la gente all'amicizia e attraverso l'amicizia riscatta
i poveri dal potere dei padroni.
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Eremitismo e attenzione ai problemi concreti e reali, dunque?
Sì, è una contemplazione strana. Ovunque andava, la
gente costruiva un monastero per averlo con sé. Celestino vagava
di qua e di là. Era una specie di diplomatico, un sindacalista
che interveniva in tutte le questioni del sociale. Era amico dei regnanti
ed era amico dei poveri. Era un mediatore. Poi aveva i «tempi
forti» durante i quali si ritirava sulla Majella e non riceveva
nessuno.
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Padre Quirino, si potrebbe addirittura usare la parola «comunismo»?
Queste sono forme giornalistiche, slogan. Va bene come titolo ma poi
bisogna capire. I francescani sono i veri comunisti perché
attuano un progetto comune. Le nostre case si chiamano comunità.
Ma non abbiamo niente da barattare con un tipo di potere che più
capitalista non si può immaginare come quello comunista. Chi
conosce la storia sa che questa è una verità.
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Anche Celestino aveva pensato di istituire delle comunità…
Sì, le aveva chiamate Fraterne o Fraterie. C'è una bolla
che riguarda lo statuto di queste Fraterne: dovevano fare le elemosine,
recitare le preghiere, astenersi dai peccati, mantenere il mutuo affetto,
visitarsi vicendevolmente nelle infermità, somministrare il
necessario ai fratelli più bisognosi, fare la dote alle fanciulle
più povere. Voi molisani dovete essere orgogliosi di tutto
ciò. Dovete riappropriarvi di tutto questo. Celestino è
il Socrate delle nostre terre. È il Martin Luther King del
'200. È il Ghandi della situazione.
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Un Celestino «pacificatore», dunque?
Celestino fu fatto Papa il 29 agosto. Il 2 settembre dette la Perdonanza
a Trivento. Questo vecchio non ha neppure dormito, non ha nemmeno
assorbito l'imbarazzo della cerimonia che già ha redatto una
bolla che ordina la pace. La Perdonanza aquilana non ha niente a che
vedere con l'indulgenza, Celestino non concede indulgenze. Con la
Perdonanza egli chiede un impegno per la pace. Fece inginocchiare
il re e gli impose un giuramento di pace. Chiamò i capi di
due opposte fazioni e ordinò la riconciliazione con la restituzione
dei beni sottratti. Con il Papa successivo si ricade nell'oscurantismo.
Ma Celestino aveva capito che la pace era condizione necessaria al
progresso, anche economico.
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Padre Quirino, ci fa un esempio concreto di «progresso»
celestiniano?
I due laghi salati del Gargano. Celestino conosceva quei luoghi. Celestino
mette insieme gli abitanti di quelle terre, li istruisce in cooperativa
per insegnare loro l'allevamento ittico. Con quell'allevamento (i
maestri erano nel convento di Apricena) arrivò la ricchezza:
rifornivano di pesce persino la corte angioina di Napoli. Celestino
è l'inventore medievale delle prime forme di cooperative sociali,
basate sul lavoro e sull'amicizia. Le prime erboristerie della Majella
diventano le prime farmacie e i primi impianti di pronto soccorso
nei valichi dell'Abruzzo e del Molise.
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Come avveniva lo scambio dei prodotti? Cosa aveva previsto Celestino
in questo senso?
La Perdonanza ebbe una ricaduta di pace e progresso incredibile. Una
riscossa economica e civile. Il progresso veniva inibito dalle liti,
persino dagli omicidi per vendicarsi di un furto di animali. Alle
dogane si finiva sempre a botte per i falsi pesi e le false misure.
Dall'Aquila a Foggia c'era «l'autostrada delle pecore»,
con tutti i suoi affluenti. A Vasto e a Serracapriola c'erano le dogane
con i pedaggi da pagare. Celestino istituì l'obbligo della
pace proprio in quei luoghi: istituì festa e scambio nella
fiera. In questo modo evitò gli attriti tra pastori e contadini.
Pastori e contadini cominciarono a scambiare i loro prodotti: ciò
costruiva la pace e persino i matrimoni tra pastori e contadini, tra
abruzzesi e pugliesi. Il tratturo diventò pieno di luoghi di
culto dove avvenivano questi incontri amicali e matrimoni. Ancora
oggi sul tratturo si trovano chiese più o meno a un giorno
di cammino l'una dall'altra.
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Una vera e propria regolamentazione della Fiera…
Sì, guai a chi toccava le persone che andavano alla Fiera.
I giudici erano severissmi. Le persone dovevano lasciare le armi al
confine, alla Fiera si andava disarmati. Sono i primi segnali di civiltà.
Il giudice era una garanzia. La Fiera era prima di tutto religiosa:
in nome della tua fede non potevi ingannare con la bilancia. L'Abruzzo
e il Molise hanno dettato legge in termini di giustizia e di civiltà.
La Toscana ha avuto il predominio letterario ma non quello civile.
Eravamo noi i maestri dell'Appennino in questo campo. E, poi, anche
noi potremmo studiare la letteratura di Pietro da Morrone così
come in Umbria studiano quella di Francesco d'Assisi.
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Celestino è anche campione del «Potere» come servizio.
In un periodo della storia della Chiesa durante il quale essere Papa
significava essere un'autorità, un potente, Celestino mette
in atto il suo credo integrale. Prende i precetti direttamente da
Gesù Cristo e quindi diventa servitore. Ciò era un tragedia
per la curia romana. Celestino non vuole andare a Roma per non godere
dei privilegi principeschi della curia romana. Va a Napoli, in uno
scantinato della reggia e non nella stanza preparata per lui. Aveva
la servitù ma iniziò subito a fare «pane e acqua»dal
primo giorno. La compagnia dei cardinali non gradiva. Ciò creò
scompiglio. Mise in pratica, da fondamentalista, la vita di Gesù.
E quando qualcuno andò a dirgli che così non poteva
continuare perché la curia aveva le sue regole, Celestino prese
la sua decisione: «Se non è così, allora, me ne
torno a fare l'eremita. Non farò mai il principe».
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Cosa succede a Celestino dopo la rinuncia?
Sono storie molto complesse. Il fulmine del suo rinnovamento non viene
accolto. A Celestino non viene concesso di uscire di scena. La gente
non lo riconosceva come ex e non riconosceva il nuovo Papa. Era uno
scisma di fatta. Bonifacio fu costretto ad acciuffarlo e a segregarlo.
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Che testimonianze abbiamo della sua vita da eremita, quando si ritirava
da solo sulle montagne?
Viene narrato che una volta si fece addirittura calare con le funi
in una grotta per essere irraggiungibile. La sua vita fu di grande
ascetismo. Era un fan dei grandi uomini del deserto, da Antonio Abate
a tutti i grandi maestri orientali come Sant'Onofrio. Ha disseminato
Abruzzo e Molise di località dal nome «Sant'Onofrio».
Ammirava molto questo santo. Sant'Onofrio fu un re che rinunciò
alla corona e andò a vivere nel deserto in povertà.
Era questo il suo ideale. Il suo prestigio e la sua propensione al
problema dei poveri lo portava, però, ad intervenire nel sociale
e a interrompere ogni tanto i suoi ritiri.
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Perché un uomo di così grande energia spirituale e di
così grande impegno nel sociale ha avuto tanto poco dalla storia?
Perché Celestino sia trattato così va chiesto a chi
lo tratta così. Silone ne parla da non credente. Come fa a
parlare di cose che non conosce. Silone ne parla bene ma è
riduttivo parlarne senza avvicinarsi a lui spiritualmente. Anche nella
Chiesa, lo sminuisce chi non è stato capace di mettere in atto
i suoi insegnamenti. Qualcuno dice: «Perché Celestino
non si è imposto invece di rinunciare? Perché non ha
scacciato dalla Chiesa i cardinali corrotti invece di dimettersi?»
Celestino non poteva scomunicare o imporre la violenza perché
così non avrebbe fatto altro che quello che già si stava
facendo. È proprio contro questo modo di fare che Celestino
combatte. Non poteva usare gli stessi strumenti dei suoi nemici. Celestino
non crede nelle forme coercitive. Non appena eletto, Celestino blocca
i tribunali speciali, mette gli inquisiti sotto la sua protezione.
Ferma le Crociate, blocca persino le guerre per liberare i luoghi
sacri. Le blocca perché sono guerre. Dopo di lui le Crociate
riprendono, si riaprono i tribunali speciali, si riprende a mandare
al rogo gli uomini. Per capire la grandezza delle sue scelte, basta
leggere i documenti: ci sono le motivazioni dell'accettazione del
papato e le motivazioni del rifiuto scritte dallo stesso Celestino.
Basta leggerle, invece di fare ipotesi basate sul nulla.
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E il verso di Dante?
Dante non si riferiva a Celestino. Dante sognava una Chiesa riformata
proprio come quella cercata da Celestino. Se non gli andava bene neppure
un Papa così cos'altro voleva? Inoltre, quella frase è
riferita ad un luogo in cui ci sono soltanto non battezzati. Cosa
c'entra Celestino con i non battezzati? E. ancora: Dante sta parlando
del processo a Cristo e, durante quel processo, ci fu un personaggio
che fece per viltà il gran rifiuto. E, poi, ci sono tante altre
argomentazioni. La cosa che non va giù a molti è che
Celestino è rimasto se stesso sia da eremita che da Papa.
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Celestino godeva di grande prestigio anche prima dell'elezione al
soglio pontificio. Come mai?
Quando decise, da eremita, di costruire Collemaggio, si presentarono
volontariamente mille uomini per aiutarlo. Il re di Napoli si arrampicava
sui monti per incontrarlo. Così faceva anche Cola Di Rienzo.
Persino il principe di Canterbury. Da Malta, da Lecce da ogni parte
arrivavano personalità per incontrare Celestino. Tanta ammirazione
gli era dovuta per il suo esempio di vita e perché faceva miracoli.
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Da questo discorso viene fuori una figura attualissima. Cosa direbbe
Celestino ai re del mondo di oggi?
Io ho l'impressione che Papi, cardinali e regnanti conoscano la voce
di Celestino. Il problema è che non la vogliono sentire. Tutti
sanno che il potere è un servizio ma tutti sono al servizio
di un privilegio. È sotto gli occhi di tutti che la città
dell'Aquila, fondata prima di Celestino, non riusciva a decollare
economicamente per le divisioni interne tra le varie fazioni. Quando
arriva Celestino e istituisce la Perdonanza, l'Aquila fa uno scatto
in avanti gigantesco nella crescita civile ed economica. La storia
è questa. Il Gargano comincia a sperimentare la forma cooperativa
e la gente comincia a vedere finalmente il pane. Ecco la forza della
pace. I politici lo sanno ma non hanno alcuna voglia di mettere in
pratica la politica della pace. La politica di oggi è un'offesa
al pensiero di Celestino