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di Marily Manocchio


Pinocchio: perché scegliere ancora Benigni
“Stai per scoprire la favola più bella, e stai per scoprire che questa favola cambierà la tua vita.”

19.11.2002

Così recita il trailer, mandato in onda su ogni rete e ad ogni ora per annunciare l’ultimo film nato in casa Benigni.

Prevedibilmente, il risultato è stato ottimo: lunghe file ai botteghini ed incassi record, tanto da poter stimare un incasso parziale per la sola giornata di venerdì 11 pari a un milione di euro. Ma attenzione.

Stiamo parlando di una storia già scritta, di una favola troppe volte raccontata, dell’ennesimo rifacimento all’opera di Carlo Collodi. Una storia talmente famosa da far entrare i suoi personaggi nell’immaginario collettivo per designare alcune caratteristiche, ad esempio il Gatto e la Volpe incarnano per tutti il lato oscuro degli altri.

E’ da sottolineare ancora che a riempire le sale in questi giorni è lo stesso grande pubblico affamato di storie avvincenti e colpi di scena all’americana, che l’industria provvede a sfamare con film infarciti di sangue e sesso.

Quindi, dati i presupposti, resta da chiedersi come possa attrarre gente una favola comune, che segna per di più la scomparsa del Benigni tanto amato, polemico e mattatore, che ora veste e parla come un bambino.

E’ proprio attraverso gli occhi di quest’ultimo a sciogliersi il dubbio.

Pinocchio è la sintesi dei più puri sentimenti, è la favola della vita che diventa ostile se non è l’amore a prevalere.

Pinocchio è un cuore incontaminato che si riempie alla vista del cielo, del sole e delle distese di verde sulle quali correre per andare più in là, a scoprire quale altra cosa possa renderlo più felice.

E allora ecco aprirsi a Pinocchio il sentimento d’amore, quello più grande, che tutto travolge.

Dall’amore per il padre a quello per la Fata, da quello per Lucignolo a quello per gli altri, forse il più nobile tra tutti, che però gli farà conoscere lacrime e morte.

Ecco perché ci si può rassegnare alla perdita del Benigni mattatore e irriverente: ha cercato e trovato il modo migliore per insegnarci di nuovo che cosa sia bene e cosa non lo sia. Raccontarci una favola.

Già, sembra semplice, ma invece non lo è affatto, e gli spettatori più sensibili capiranno. Capiranno che Benigni sente davvero questo Amore assoluto, che lo fa grande nell’anima e bambino nei gesti.

Il tentativo di commuoverci e di stimolare le lacrime d’Amore lo ha fatto anche a Sanremo, recitando il XXXIII canto della Commedia, ma le parole dantesche risultarono assai grandi, e noi troppo piccoli.

Allora ha provato con una favola, l’idea più semplice, che Roberto ci racconta all’orecchio accompagnandola alle musiche di Nicola Piovani. Il successo verrà confermato a Marzo con l’Oscar, c’è da scommetterci.

Se vinceremo la scommessa sarà la consacrazione di Benigni all’arte con la A maiuscola, e vanteremo una mente meravigliosa al servizio del cinema italiano. Una volta tanto.


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