È tempo di turbo in Molise. La liberalizzazione
del settore elettrico, infatti, ha spinto alcune aziende del settore
a presentare in Molise tre progetti che prevedono l’installazione di
altrettante centrali turbogas. L’ultimo, in ordine di presentazione,
prevede la realizzazione di una centrale a ciclo combinato a gas metano
con raffreddamento ad aria piuttosto che ad acqua che si caratterizza,
a detta del presidente della Energia Sviluppo s.r.l., per un fabbisogno
di acqua di solo 1 l/sec, contro i 200 l/sec delle centrali tradizionali,
e per una drastica riduzione delle emissioni inquinanti.
La notizia ha scatenato la reazione della
popolazione del Basso Molise che, preoccupata delle conseguenze derivanti
dal funzionamento delle centrali (consumo d’acqua, aumento del campo
elettromagnetico, inquinamento idrico ed atmosferico), ha dato vita
ad una serie di iniziative, dalla raccolta di firme alla creazione di
un Coordinamento Territoriale Interregionale, dichiarandosi pronta a
fare di tutto per bloccare l’installazione delle tre centrali.
A
dispetto del Protocollo di Kyoto, quindi, si continuano a progettare
centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili. La proposta
non è passata inosservata a Legambiente che non ha tardato ad intervenire
proponendo, come controproposta, un razionale utilizzo dell’energia
e l’incentivazione delle fonti rinnovabili.
Razionalizzare
l’utilizzo dell’energia significa evitare gli sprechi. In una centrale
elettrica, il combustibile è usato per scaldare l’acqua nella caldaia
fino a 700°C. In questo modo si ottiene del vapore ad alta pressione
che è utilizzato per far muovere, all’interno di un campo magnetico,
una turbina: questo movimento produce corrente elettrica. L’energia
prodotta può avere diverse utilizzazioni ma se viene destinata alla
produzione di calore (scaldabagno, termosifoni elettrici, forni e fornelli
elettrici, ecc.) si commette un grave errore: si poteva ottenere calore
direttamente dal combustibile senza generare un passaggio intermedio
che inevitabilmente si traduce in una perdita di energia.
E
questo è solo un esempio. Ridurre i consumi di energia elettrica attraverso
un razionale utilizzo della risorsa è possibile ed il Giappone lo insegna..
A parità di sviluppo economico-sociale (la quantità di energia consumata
è un parametro utilizzato per definire il tenore di vita di un Paese),
infatti, il Giappone consuma un quantitativo di energia elettrica del
30% inferiore al valore medio dei Paesi industrializzati.
L’altra strada da percorrere è quella
della produzione di «energia pulita». In attesa che gli studi sulla
fusione nucleare (le conoscenze attuali permettono di costruire una
bomba a fusione nucleare o bomba-H ma non di realizzare una fusione
nucleare controllata come quella che avviene nel Sole) permettano alle
popolazioni future di svincolarsi totalmente dai combustibili fossili,
si deve cercare di ridurre progressivamente e costantemente il loro
utilizzo. Gli studi che da diversi anni sono condotti sulle energie
alternative cominciano a dare risultati confortanti anche se i costi
di produzione dell’energia elettrica sono ancora piuttosto elevati.
E’ necessario, però, non limitarsi ad
un ragionamento di puro carattere finanziario ma occorre convincersi
della necessità di valutare anche l’aspetto economico in cui la tutela
dell’ambiente deve avere un peso rilevante. Che questa sia la strada
da percorrere ci viene indicato da tempo dai Paesi del Nord Europa con
in testa la civilissima Danimarca leader nell’utilizzazione dell’energia eolica. Ricorrendo a questa
fonte, la Danimarca già oggi può soddisfare circa il 13% del proprio
fabbisogno energetico e, grazie a progetti in corso di sviluppo, nell’arco
di cinque anni sarà in grado di portare questa percentuale ad un valore
superiore al 50%.
In
Italia, molti hanno già iniziato a sollevare perplessità sulla creazione
di wind-farms sul modello danese in quanto attribuiscono ai mulini
a vento del nuovo millennio un elevato impatto ambientale. Ciò è sicuramente
vero, ma è altrettanto vero che una centrale termoelettrica non è da
meno. L’inquinamento visivo potrà essere tenuto sotto controllo attraverso
un’attenta individuazione e valutazione dei siti che dovranno ospitare
le fattorie del vento, così come già avviene nei Paesi nordici. In Italia,
inoltre, c’è la possibilità di ricorrere ad altre fonti di energia rinnovabili
quale quella solare. L’ENEA, con in testa il suo presidente prof. Carlo
Rubbia, ha operato attivamente negli ultimi anni nel campo dell’energia
solare dando vita, con il Ministero dell’Industria e dell’Ambiente,
al «Programma Nazionale 10000 Tetti Fotovoltaici».
Le
due fonti energetiche, la solare e l’eolica, data la grande varietà
di condizioni climatiche che caratterizza l’Italia, appaiono complementari
tra loro e, insieme a quella idrica, possono fornire la soluzione più
adatta ad ogni territorio.
La
produzione di energia con mezzi alternativi è, quindi, possibile. C’è
da augurarsi che non si commettano più gli errori del passato come quando,
con il Referendum sul nucleare, gli Italiani buttarono alle ortiche
il grande know-how che i ricercatori italiani avevano acquisito
nel campo della fissione nucleare al fine della produzione di energia.
La loro grande professionalità è documentata dal fatto che chi non volle
buttarsi su altri settori di ricerca trovò facilmente ospitalità in
Francia ed in Giappone.
Esistono,
inoltre, progetti teorici in cui si è dimostrato che è possibile realizzare
reattori nucleari intrinsecamente sicuri (ISR) in cui la fissione si
blocca al primo allarme e l’attività radioattiva delle scorie viene
ridotta, attraverso un bombardamento nucleare, dagli oltre mille anni
a meno di cento. E’ forse il caso di iniziare a pensare di trasformare
queste conoscenze in prototipi.
Le
alternative al petrolio esistono, spetta a chi di dovere prenderle in
considerazione. Solo così potremo evitare di trovarci impreparati quando,
per motivi ecologici o per la riduzione delle scorte, saremo costretti
a ridurre l’utilizzo dell’oro nero. A ciò va aggiunto che l’Italia,
notoriamente povera di greggio, è particolarmente vulnerabile alle variazioni
di produzione e di prezzo che i Paesi produttori possono decidere di
operare se non è in grado di supplire ad esso con altre fonti.
Alla
luce di ciò, la realizzazione di nuove centrali elettriche che utilizzano
le fonti energetiche classiche inizia ad apparire anacronistica.