PIANA DEL
FIUME VOLTURNO
tra Storia e Paesaggio
La Pianura dell'alto corso
del fiume Volturno si fa iniziare dalle sorgenti, a Castel S.Vincenzo,
fino a sud di Venafro.
E' uno scorcio del Molise
di interesse geologico-ambientale, nonché storico, elementi questi
indissolubili nel cammino della storia dell'uomo che si è adattato
alle condizioni naturali o che se ne è servito, utilizzandole
al meglio.
Il paesaggio che si presenta
all'occhio di un osservatore è l'insieme di diverse componenti
che si equilibrano tra loro, in misura gradevole ma non altrettanto
così facilmente distinguibile, sono sistemi interagenti, dalla
geologia all'ecologia.
Lungo il corso del fiume
Volturno, dal suo nascere, Sorgente Capo Volturno, si individuano subito
gli elementi attuali della sua morfologia, ma sono altresì evidenti
le tracce della sua genesi e dei mutamenti di cui è stato interessato.
Il fiume Volturno prende
origine dalla sorgente di Capo Volturno
(6500 l/s) alla base di M. della Rocchetta, connesso strutturalmente
e idrogeologicamente al complesso dei Monti della Meta comprendendo
una superficie di 240 km2.
Il determinarsi di una sorgente è contestuale al formarsi dei
rilievi, complessi rocciosi capaci di fungere da serbatoio, in cui attivarsi
una circolazione idrica sotterranea e sostenere una falda acquifera
di base; nei punti di affioramento della falda si determinano emergenze
sorgentizie come quella appunto del f.Volturno.
L'inizio della formazione dei rilievi è databile intorno a 1,2
milioni di anni b.p., (Pleistocene inf.).
Le acque attivano una
dissoluzione delle rocce, carsismo, costituite
da carbonato di calcio [Ca(CO3)] arricchendosi di bicarbonato di calcio
[Ca(HCO3)2], disciolto; alla fuoriuscita sorgentizia, per effetto dell'allontanamento
della CO3 si ha la precipitazione di [Ca(CO3)] con la conseguente genesi
di travertini.
I travertini denominati
di Rocchetta a Volturno, costituiscono una placca pari ad alcuni km3
depositatasi negli ultimi 75.000 e pertanto di rapido accumulo; hanno
incrostato e modificato l'originario pendio formato dalle rocce affioranti
e dalle stesse alluvioni del f.Volturno, spostandone il corso di circa
un chilometro verso oriente.
La deposizione coincide con l'ultima glaciazione (Wurm , durata nel
periodo compreso tra 70-10.000 anni fa) alimentata da enormi volumi
di acque stoccati dai ghiacciai presenti.
Dopo questo primo tratto,
caratterizzato da cascate e dall'incunearsi tra gole, con un effetto
di incisione e approfondimento, il fiume subisce una deviazione verso
nord, formando un percorso ad ansa, per effetto della deposizione del
banco di travertino; subito dopo viene alimentato da corsi d'acqua laterali,
a carattere torrentizio, con apporto di masse idriche e solide, come
il Rio, il Rio Acquoso, T.Vandra, il Rio Chiaro., T.Ravindola, f.Sava
con la formazione di caratteristiche conoidi alluvionali.
All'inizio, l'apporto
solido degli affluenti determinò sicuramente delle condizioni
di alluvionamento, cioè il formarsi di una pianura con una superficie
estesa da Isernia fino a Venafro, tuttavia, con dovute differenziazioni!
Difatti le fasi di sollevamento
dei rilievi, neotettonica, compresa in
un periodo tra 1,2-0,5 m.a., tipica di tutta la catena appenninica,
determina un sollevamento anche delle zone di pianura con l'effetto
dell'approfondimento del corso d'acqua e di tutto il sistema idrografico;
questo comporta il dissecarsi dei depositi alluvionali,
la formazione di incisione e di forme pianeggiante posti in alto, terrazzi,
in sommità, testimonianza di una antica superficie pianeggiante.
Di queste forme, nel
tratto mediano di Valle Porcina, se ne apprezzano almeno tre ordini,
cioè si sono avuti almeno tre riprese di approfondimento, con
relative superfici poste, così, a diverse quote.
In corrispondenza di
Venafro, qualche elemento strutturale, faglie, o altre eventi, quali
le eruzioni vulcaniche del vicino Roccamonfina ha determinato una evoluzione
diversa tale che a sud del ponte di 25 Archi non si hanno terrazzamenti.
Attualmente il corso
del fiume presenta un alveo tipo bread strem, con la possibilità
di divagare nel proprio alveo, in braccia diverse, per poi evolvere
al termine, in un tipo meandriforme.
In maniera caratteristica,
si possono osservare depositi a margine e al centro del fiume, barre,
che in occasione delle piene sono del tutto ricoperte dalla superficie
dell'acqua di piena, spostate e ricostituite in tratti diversi ad opera
del flusso idrico; a sud di Venafro si ha la zona umida de Le Mortine.
La geologia della piana
è stata oggetto di numerose interpretazioni va ricordata per
specificità e per importanza storica, la versione fornita da
Leopoldo Pilla (1805-1848), insigne geologo
nato a Venafro.
In una memoria riportata nel IV fascicolo degli Annali Civili dell'ex
Regno delle due Sicilie nell'anno 1833, il Pilla fornisce una teoria
sull'origine dei travertini e della piana del f.Volturno: l'esistenza
della placca di travertino di Rocchetta, di 446 piedi di altezza, prende
origine con l'esistenza di un lago di profondità di circa 1084
piedi, il cui livello raggiungeva gli abitati di S.Vincenzo e di Castellone
racchiuso dai rilievi circostanti,e da vari monticelli e colli
,
A seguito di eventi disastrosi e rovinosi il lago dirompe tale che il
Volturno "
può considerarsi come surto immediatamente
dopo l'inabissamento del lago. "
Francesco Lucenteforte,
di Venafro, riporta questa memoria nella sua Monografia fisico-morale
di Venafro, rifacendosi inoltre alle teorie dell'illustre geografo
Stoppani, ipotizza la formazione del lago ad un'origine glaciale, tale
che al ritiro delle lingue glaciali si ebbe un collassamento delle morene
laterali e frontali con l'effetto di una "
subitanea e
furiosa corrente che venne ad inondare la nostra pianura."
Dal punto di vista
ecologico, le barre rappresentano degli habitat insostituibili, sede
di nicchie di riproduzione, riparo di molteplici
specie animali, pesci, anfibi, rettili, nonché dell'attecchimento
di specie vegetali; queste hanno il compito di stabilizzare le barre
mediante l'apparato radicale, mediante specie idrofile e altre in superficie,
costituiscono habitat per uccelli che nidificano.
Nello specchio di acqua sorgivo grossi ammassi di erbe galleggianti
accolgono il nido della Gallinella d'acqua (Gallinula cloropus),
anatre, Marzaiola (Anas querquedula), l'Alzavola (Anas crecca
) e la Moretta (Ardea cinerea).
Dopo l'affluenza del
T.Rio, il Volturno muta repentinamente, attraversando una gola caratterizzata
dalla presenza di potenti macigni distaccati dalle pareti con l'effetto
di sbarrare il flusso del fiume e creare in alcuni punti profonde vasche
nei cui anfratti trova riparo la Trota di torrente (Salmo trutta
fario) .
L'alterazione di un ambiente
complesso e variegato può dipendere sia da immissioni di tipo
chimico, quanto a interventi antropici di risagomature, con l'annullamento
delle nicchie rendendo amorfo e geometricamente inospitale un sistema
vivo.
La risorsa acqua, quanto
l'incunearsi del corso del fiume verso le parti impervie dell'alto Molise
ha fatto si che la piana del Volturno è stata oggetto da sempre
di insediamenti:
amigdale:
testimonianza del Paleolitico inferiore (300-400.000)
La testimonianza più antica della presenza dell'uomo, oltre all'
accampamento di La Pineta, in quest'area è
data da bei esemplari di amigdale ( 23 cm ), dissepolta nei pressi di
Ceppagna.
Secondo le credenze popolari, come riportato da G.Cimorelli,"
i nostri contadini, credono dunque, che quando il fulmine cade a terra
prende forma di freccia pietrificandosi, e sprofonda a circa due metri
nel suolo, e che innalzandosi di circa trenta cm all'anno, dopo sette
anni torni in superfici.Chiamano queste pietre saette o tuoni, seconda
la forma che pesentano e vi annettono diversi pregiudizi: alcuni le
ritengono preservatrici dal fulmine e le portano addosso quali amuleti,
con superstizioso rispetto, spesso incastrandoli di oro e di argento:
altri al contrario ritenendole provocatrici del fulmine stesso, le fuggono
con raccapriccio "
Sanniti:
L'origine dei Sanniti risale al V sec.a.C, popolazione il cui territorio
coincideva con il Molise, le province di Benevento, Avellino e parte
della provincia de L'Aquila; senza dubbio il ceppo originario di appartenenza
era quello degli Umbro-Sabelli che, per effetto delle primavere sacre
(Ver Sacrum) migrarono nel Sannio guidati , secondo la legenda da un
bue, loro animale totemico che li condusse nella fertile pianura dove
poi sarebbe sorta Bovianum .
I Sanniti, secondo quanto
sprezzamente riportato dalla storico romano Livio (X, 46.5) erano montani
atque agrestes, in effetti l'economia di tali genti era in gran
parte legata all'agricoltura praticata nelle vallate e l'allevamento
del bestiame, specie di pecore, praticando la transumanza
.
Per effettuare tali spostamenti
i Sanniti si servivano di tratturi, sentieri larghi anche 100 metri,
che collegavano i pascoli in altura del periodo estivo con quelli a
valle del periodo invernale. Di uno di questi tratturi, si parla della
celebre iscrizione di Saepinum risalente all'età di dell'imperatore
Marco Aurelio.
Nell'82 a.C., dopo un
lungo periodo di conflitti si ha la battaglia finale con i Romani, sancendo
la conclusione del ciclo storico dei Sanniti e il completo dominio di
Roma; le condizioni di vita cambiarono totalmente, i terreni fertili
furono messi a coltura, le città come Aesernia, Venafum, Sepino
e Bovianum si arricchirono di acquedotti, anfiteatri e strade. Come
riportato dalla Tabula Peutinger a nord della
Valle passava la Via Numicia, (attuale S.S.17) che da Alfedena, attraverso
Rionero Sannitico giungeva ad Isernia e di qui a Benevento e a Brindisi;
da Isernia si dipartiva una seconda arteria attraverso Capriati, Alife
e Sepino fino a Benevento. Tale strada attraversava il fiume Volturno
per mezzo del Ponte Latrone in prossimità
del quale sorgeva San Giovanni in Coppitellis, abbandonato poi in favore
di Roccaravindola Alta a seguito del crollo ponte stesso.
L'aquedotto
romano (cuniculus) o venafrano venne costruito per trasportare
le acque a scopo alimentare ed irriguo dalle sorgenti del Volturno ;
fu realizzato interamente sottoterra , lungo 25 km, largo 0,70 m e alto
1,40. Alla fine del 1700 , in località triverno viene rinvenuta
nella proprietà di Cosmo De Utris la Tavola
Acquaria risalente al 26 a.C. , ovvero un regolamento scritto
su una lastra di roccia, 1,70 x 1, con cui l'imperatore Augusto dettava
le condizioni per la manutenzione e la disciplina dell'acquedotto.
La fondazione dell'abbazia
di Castel S.Vincenzo si fa risalire al 703 quando tre nobili beneventani,
Paldo Tato e Taso, alla ricerca di un luogo lontano per poter far vita
di penitenza secondo la regola benedettina, su pressione delle famiglie,
furono convinti a recarsi due chiese dedicate al martire; questo è
riportato dal Cronicon Vulturnense, scritto dal monaco Giovanni
tra il 1110 e il 1130.
Cronicon
Vulturnense
Il Cronicon costituisce un documento di raccolta riguardante la storia
del Monastero di S.Vincenzo; inizialmente l'Abate Gerardo, il primo
del nuovo monastero di S.Vincenzo, dopo la distruzione dei saraceni
nell'881, aveva in progetto di compilare una esposizione
semplice ed ordinata dei nomi degli abati succedutisi e delle loro azioni
più salienti, ma nello stesso periodo l'abate di Montecassino,
Oderisio, aveva dato incarico di ricostruire la storia del monastero
a Leone Morsicano.
Fu allora che l'Abate
Gerardo affidò il compito al monaco Giovanni di compiere similmente
la stessa opera; Giovanni concepì il suo lavoro con l'ambizioso
programma di raccogliere da un lato le antiche storie universali, che
serbavano memoria di tutta la storia dell'umanità e dall'altro,
la documentazione degli archivi del monastero, privilegi e diplomi di
papi, imperatori e re, donazioni devote di privati, per dipingere un
grande affresco, in cui la storia del monastero fosse inquadrata in
quella più vasta del genere umano.
Il cronista si servì
di molti testi preesistenti, fra cui un catalogo degli abati, un documento
sul sacco di arabo; si trovano inclusi testi antichi, quali la storia
della fondazione di San Vincenzo, diplomi, come anche la trascrizione
di fatti tramandati dai membri più anziani.
Alto medievo:
Incastellamento
Con questo termine si suole indicare quel particolare fenomeno storico
che in gran parte dell'Europa Occidentale, tra la fine del IX e gli
inizi dell'XI secolo, portò al grande proliferare della costruzione
di nuovi castelli. Questi vengono eretti e controllati, sulle terre
di loro proprietà dai privati cittadini; si trattava di potenti
proprietari terrieri locali, che approfittando della dissoluzione dello
stato carolingio, si accentravano tutta una serie di diritti pubblici,
come quello di amministrare la giustizia, quello di levare le tasse
o quello di organizzare uomini armati. Questi diritti venivano esercitati
quindi sull'area da loro controllata, in forme signorili, proprio in
virtù del castello che diveniva una garanzia delle funzioni pubbliche,
avendo in cambio privilegi, cioè condizioni di favore quali concessioni,
donazioni di diritti, di prerogative, di immunità o di esenzione
di tributi.
Nel tentativo di rimettere
riorganizzare il patrimonio dell'abbazia, dopo la devastazione dei saraceni,
si ricorse all'alienazione di terre, dietro contratto ventinovennale
con l'obbligo di migliorarle e del pagamento del censo; nel 973 l'abbazia
di San Vincenzo ottiene dall'imperatore il privilegio dello ius castellandi:
l'abate ha la facoltà di costruire torri e castelli in tutti
i possedimenti monastici con l'assicurazione che egli e i suoi successori
potranno sempre tenerli in libera proprietà.
Vennero così eretti
castelli e fondati villaggi che diverranno in seguito veri e prorpri
centri abitati: Scapoli, Castel S.Vincenzo, Cerro al Volturno, Colli
al Volturno, Fornelli, Acquaviva, Rionero, Montenero, Cerasuolo, Montaquila,
Filignano
Il Codice Cassinese
697 - (XVII sec.)
Sul finire del XVII secolo
le terre dell'Alta Valle del Volturno furono riammesse sotto la giurisdizione
spirituale dell'Abbazia di Monteccassino .L'allora vicario generale
D.Erasmo Gallotta raccolse un ingente quantità di dati sulle
"terre che nei secoli passati erano soggetto nel spirituale e temporale
alla celeberrima abbazia di S.Vincenzo
". Le notizie raccolte
vennero successivamente trascritte nel. Cod.Cass.697 e conservate negli
archivi della Abbazia di Montecassino. Esse ci offrono un interessante
quadro dello stato della diocesi nei primi anni del 1700.
BIBILIOGRAFIA
Geomorfologia,
Castiglioni, UTET
L'Alta
Valle del Volturno, 1999, T.Paolone, Ed.Paladino
I travertini di Rochetta aVolturno (Molise): datazioni con 230 Th e
modello deposizionale, 1988, L.Brancaccio et alii, Mem.Soc.Geol.It.,
41
La sorgente di Capo Volturno in rapporto alle condizioni geoidrogeologiche
e strutturali del Monte della Rocchetta e dei Monti della Meta, ( 1968)
A.V. Damiani, Boll. Soc. Natur. In Napoli, 78
Monografia fisico-economico-morale di Venafro, (1877) F.P. Lucenteforte,
Tip.Cifarelli
Dalla formazione geologica al popolamento storico del territorio di
Venafro, G.Morra, Samnium, 1992.
L'età della pietra nel territorio venafrano, 1910, G.Cimorelli,
Pescara.
Studi per l'ecologia del Quaternario -Piana di Venafro, 1985, F.Vianello,
M.L. D'Orsi, Studi per l'ecologia del Quaternario n. 7.
Leopoldo Pilla - Scienziato e martire del Risorgimento, 1992, Amministrazione
Comunale di Venafro. Storia
del Molise, Storie Regionali, Massullo. G, 2000, vol.2, Ed. Laterza.
L'età della pietra nel territorio venafrano, 1910, G.Cimorelli,
Emergenze archeologiche
nell'alta
valle del Volturno