Aspettando GL'Cierv
28
gennaio 2003
Parlare oggi
di Castelnuovo al Volturno, minuscolo agglomerato di case abbarbicato
agli orridi marri di Monte Castelnuovo, significa identificarlo con
l'Associazione culturale "Il Cervo" e con i suoi "motori"
propulsivi, che si chiamano Ernest, Antonio, Michele, John ed in particolare
con tutti coloro che con passione realmente viscerale e autentico senso
del dovere sostengono le azioni dell'Associazione con uno spirito di
collaborazione che meraviglia nella generale, imperante indifferenza
in cui sono solite cadere - per poi scomparire - le iniziative di carattere
schiettamente popolare e culturale.
Senza incensamenti.
L'intera piccola comunità si mette infatti in moto ormai da dieci
anni - tanti quanti sono i Carnevali in cui si rinnova la pantomima
de Gl'Cierv - offrendo il meglio di sé, dal più giovane
al più anziano dei suoi abitanti, arrivando addirittura a vere
e proprie selezioni, come è di recente avvenuto per la scelta
del nuovo personaggio della Cerva: le giovani del luogo si mascherano
infatti da janare (streghe) ed inscenano una macabra danza notturna
intorno ad un falò; donne ed anziane indossano gli abiti della
tradizione e si improvvisano popolane che preparano le semplici pietanze
ed i dolci della gastronomia locale; giovani e anziani rappresentano
invece sulla scena i pochi personaggi maschili della pantomima (il Cervo,
il cacciatore, Martino) e creano atmosfere ora distese (gli zampognari)
ora prorompenti (suonatori di percussioni), che si caricano di magia
quando in scena entra il Maone; ultimi, ma personaggi principali, il
Cervo, possente, irruente e puzzolente nei suoi tantissimi chili di
pelle di caprone, corna di cervo e campanacci e la delicata e mite sua
compagna, la Cerva.
Una rappresentazione
"corale", dunque, nel senso che a rappresentare Gl'Cierv non
sono soltanto i pochi attori che calcano la scena - la graziosa piazzetta
che introduce alle viuzze del minuto centro storico da percorrere rigorosamente
a piedi - ma l'intera comunità castelnovese, che annualmente
si rinnova nel perpetuare l'ancestrale rappresentazione.
Così
da qualche anno Castelnuovo al Volturno, neanche comune a sé,
poche centinaia di abitanti, esempio di superstite microcosmo fra i
tanti delle montagne molisane, riesce a calamitare studiosi di antropologia
e tradizioni popolari da ogni dove, riviste specializzate italiane e
trasmissioni televisive di reti pubbliche e private non solo grazie
alla quiete e alla storicità dei suoi monti e alla salubre tranquillità
del suo borgo, in cui continuano a risuonare i melodiosi suoni di zampogne
e ciaramelle, ma più ancora per questa invernale rappresentazione
drammatica, semplice nella trama ma di indubbio contenuto simbolico:
il male che sopraffà il bene, la ferocia che lacera candore ed
innocenza primigenie, ma il soffio della palingenesi (quello del bianco
Martino nell'orecchio del Cervo ucciso dal cacciatore) che restituisce
la possibilità di una nuova vita. E se la felicità pare
debba ancora risiedere nelle cose semplici, ecco che qui è stata
raggiunta.