IL
GIULLARE E IL SANTO
Flavio
Brunetti in scena nei teatri italiani
con "L'Angelo mancino", atto unico su Celestino V
Un compendio magistrale e personalissimo
sulla storia della Chiesa, i Giubilei, l'Impero di Federico II e del
Contado di Molise guidato dagli arruffoni reggitori dell'epoca ma in
primis l'epopea di Celestino V. Su tutto, il tocco comico e stralunato
di Flavio Brunetti, autore e unico interprete di questo "Angelo
mancino", con la regia di Stefano Sabelli.
Ingegnere, docente di topografia, attore ("Pianese Nunzio"
e "I vesuviani" di Antonio Capuano), cantante (con "Bambuascé"
ha vinto l'edizione '95 del Premio Recanati per la canzone d'autore),
il poliedrico, singolare personaggio campobassano per cui hanno speso
parole di elogio critici del calibro di Mario Luzzatto Fegiz del Corriere
della Sera e Gino Castaldo di Repubblica si è cimentato con una
delle figure più affascinanti della storia molisana: Pier da
Morrone, ricostruendone l'agonia preparatagli dal rivale Bonifacio e
le vicissitudini familiari in una storia insieme terribile e grottesca,
frizzante e sconsolata.
Dopo il debutto a Campobasso alla fine dell'estate scorsa, lo spettacolo
ha subìto un processo di affinamento ed è stato rimesso
a punto per i palcoscenici della penisola, più curato nei dettagli
ma fedele all'impianto originario.
"L'angelo mancino" è la morte del Papa buono e "poverello"
per mano dei sicari di quello che sarà il suo successore sul
soglio pontificio, la ricostruzione del "fallimento" celestiniano
contro le logiche del potere e delle istituzioni fondate sulla dura
legge del mondo, la rutilante avventura familiare tra personaggi che
sembrano usciti da una commedia plebea (il padre), da una vita di santi
(la madre), e che contribuiscono a comicizzare una storia scanzonata
e irridente nonostante la serietà del messaggio di fondo.
Che è questo, nelle parole dello stesso Brunetti: "Celestino
è un uomo della nostra terra. Santi come lui ce ne sono stati
tanti: l'ultimo è stato quel Papa durato solo 30 giorni, rivoluzionario
e vicino al popolo come Celestino, figura in cui mi sono imbattuto studiando
i Giubilei. Io sono un laico, ma la fede, su cui è costruita
l'intera vicenda de 'L'Angelo mancino', è un fatto importantissimo…"
Parole paradossali, per un uomo che ha fatto della vena dissacrante
la sua arma migliore; inevitabili, alla luce delle condivisibili riflessioni
sul sacrificio dei giusti che hanno ispirato la composizione di questo
atto unico.
Nel racconto della sventura di Celestino trova spazio anche una parentesi
storica sulla gestione politica del Molise: il protagonista è
Tommaso di Celano, raffigurato mentre piega la testa davanti a Federico
II, che per punizione gli toglie terra e moglie. E' la parte più
divertente dello spettacolo, un gramelot costruito sull'italiano, il
latino maccheronico e su un dialetto molisano contemporaneo dalla bisbetica
espressività.
La tempra di Brunetti, incline a mescolare nei suoi lavori dolore e
leggerezza, riesce a fondere in questa ilarotragedia tutto il male e
tutto il bene del mondo. Ovviamente incarnati dall'eremita i cui natali
sono contesi ancora oggi da due città e dal burocrate della ragion
di Stato, vecchio nemico di Dante e passato alla storia come l'espressione
più alta del cinismo del potere.