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Storia e cultura
 

di Pier Paolo Giannubilo


POESIA PLASTICA AL VITTORIANO
I Metacrilati di Gino Marotta celebrati a novembre
con Klimt, Schiele e Kokoschka in una mostra romana

Al Vittoriano, accanto a quelle che hanno accolto Klimt, Kokoschka e Schiele, il Comune capitolino ha riservato alcune sale ad un pezzo di Molise. Spesso ingiustamente dimenticato "in patria". La mostra di novembre di Gino Marotta, questa traccia di amore e pathos per il presente e le proprie radici impressa nella natura cristallizzata e "conservata" dei metacrilati, contiene forse anche un estremo omaggio alla sua terra, che sotto molti aspetti all'artista appare ancora incontaminata dalla modernità, e quindi dalla distruzione. (Non c'è conversazione con Marotta che prima o poi non tocchi la minaccia della perdita di identità politica e culturale molisana e il rischio della sconfitta della natura di fronte all'aggressione ambientale; l'artista è stato anche candidato con i Verdi nel Girasole alle ultime Politiche).
Nato a Campobasso, trasferitosi giovanissimo nella Capitale, sodale di Carmelo Bene e Giuseppe Ungaretti e membro dell'Accademia Nazionale di San Luca, Marotta è stato celebrato nelle stanze del complesso dell'Altare della Patria come uno dei grandi interpreti della pittura e della scultura del secondo '900 italiano.
Con i vecchi e i nuovi metacrilati, riuniti nella prestigiosa vetrina della capitale per il riconoscimento che Roma, città dove Marotta vive e lavora, non ha comunque mai negato all'artista - tra i pochi contemporanei italiani ad essere stati ospitati al Louvre - si è in un certo senso fatto il punto sul percorso dell'artista oggi sessantaseienne.
Il metacrilato - con cui Marotta ha riprodotto fauna e flora, ricostruendo un campionario della Natura come un leggero e poetico Noè per conservarne una traccia quando il pianeta sarà ormai diverso da quello che è (o che era fino a poco tempo fa) - è plastica, un "composto organico acrilico da cui si ottengono alcuni polimeri, tra cui resine termoplastiche e incolori usate al posto del vetro", dice il vocabolario. "Attraverso lo specifico delle nuove tecnologie - spiega il maestro - ho provato a rifare l'inventario del mondo. La mia natura, i miei animali, le mie piante artificiali sono l'armamentario mitopoietico del mondo. Ho fatto un simulacro della memoria, il simulacro di qualcosa che forse tra un po' di tempo non ci sarà più. Se si vuole, gli organismi geneticamente modificati sono già un po' il segno di questo processo. Qualche anno fa ho cominciato a restaurare le opere degli anni '60, compiendo una rivisitazione degli alfabeti e dei linguaggi dell'epoca. Alle vecchie opere ho affiancato i lavori recenti degli ultimi quattro anni. L'idea di fondo è la stessa: il rapporto tra il mondo meccanico tecnologico artificiale e la conservazione della natura".
Il senso del lavoro di Marotta, nelle parole del critico Gillo Dorfles: "Le sue sono opere di estrema raffinatezza e di immediata qualità comunicativa, dove l'immagine è facilmente decifrabile, ma che pur nella loro elementarità iconica sono cariche di una singolare vivacità inventiva. Attraverso le onde di questi mari in metacrilato, in mezzo agli alberelli inclusi in contenitori, pure di plastica trasparente, lo spettatore ha, ad un tempo, la nostalgia della genuina natura che ha smarrito (o che sta per smarrire), e la soddisfazione di riuscire a provare, davanti alla ancora inedita 'natura artificiale', una sensazione nuova, non più naturalistica, ma non per questo meno autentica".


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