PRONIPOTINI DI GADDA
"Loop
'95", romanzo breve (Gazebo, Firenze)
del giovane Massimiliano Ferrante, molisano di Sepino
Da Loop '95:
"Il centro di Perugia m'ha sempre dato l'idea di un enorme e accogliente
castello, abbandonato e disabitato dai gran signorotti eppure sempre
addobbato a festa, i cui corridoi e le cui infinite stanze sono vicoli,
a tratti strettissimi anche al passaggio d'una sola persona, e gli slarghi,
che si susseguono, alternandosi, senza soluzione di continuità.
In un'atmosfera densa di umidità e fuliggine e muffa dai toni
crema pallidi e sporchi. Dovunque sembra esserci il tetto. Sopra. Il
cielo, così basso e pesante di nebbia soprattutto di sera, una
gigantesca termocoperta rosarancio perfettamente rimboccata ai lati.
I riflessi giallognoli delle lanterne giallognole sugli antichi palazzi
di mattoni giallognoli che costeggiano corso Vannucci darti, a volte,
l'impressione d'essere uno dei soggetti impressi in una cartolina di
quelle d'epoca, ingiallita dal tempo ingordo e senza ritegno, lì
lì per partire. Chissà per dove… Certo chi potrebbe mai
dirlo… Chi… mai…"
A queste descrizioni di Perugia - precise, nitide ma pur sempre sorrette
dagli artifici retorici di quello che un tempo si chiamava registro
comico - "Loop '95", romanzo d'esordio del ventiseienne molisano
(vive tra Sepino, Campobasso e il capoluogo umbro, dove frequenta Lettere
moderne) Massimiliano Ferrante, alterna mirabolanti invenzioni linguistiche
che mescolano vari idiomi, italiano medioevale, linguaggi tecnici, nonché
il dialetto molisano, di cui il volume fornisce anche un dizionarietto
in coda. Dopo gli elogi del Premio Campiello Giuseppe Pontiggia e del
mostro sacro Giorgio Barberi Squarotti, ai quali il libro era stato
inviato in "edizione per i critici" prima della pubblicazione,
la storia di Ferrante ha cominciato a circolare anche nel capoluogo
molisano, un po' penalizzata dalla distribuzione della piccola casa
editrice. In sé, nulla di trascendentale: una vicenda d'amore,
insicurezze e rock. Ma sull'impianto semplice si dispiega la sorprendente
capacità di manipolazione linguistica dell'autore, che friziona,
demolisce e ricompone la sintassi e il lessico italiani sulla scorta
del nume tutelare Gadda, raccontando meditazioni, paranoie e volute
mentali della propria stagione universitaria. In maniera elaborata e
divertente. Come in questo secondo brano, in cui il protagonista Jacopo,
alter ego dell'autore, si scaglia contro la mortificante illogicità
della prassi universitaria:
"Nel frattempo in mensa s'era arrivati a settemilalire a pasto.
Il fatto di dover pagare settemilalire per potere ingurgitare con grande
forza di volontà e ammirevole spirito di sacrificio non meglio
identificate ariste di maiale e filetti di nasello (rabbrividivo al
solo nome) e un'insalata talmente salata da rendere superfluo l'in era
un invito più o meno esplicito all'anoressia. Almeno la salmonella,
quella sì, pareva gratis come servizio offerto alla comunità
che le tasse pure si pagano no? Che cavolo si paga a fare unmilioneetrecentomila
di tasse se in mensa si va a quattordicimila al giorno e se i libri
ci se li paga da noi fino all'ultimo cent (e prima di arrivare all'ultimo
ce ne sono stramolti altri prima) e se in biblioteca non puoi entrare
senza la poliziesca tesserina autografata che se te la scordi a casa
ti sbattono fuori a calci nel culo e se per i viaggi studio tipo anche
solo per vedere il pulpito del buon Nicola a Pisa ci s'arrangia come
si può che l'appuntamento col prof è direttamente a Piazza
dei Miracoli pensavo non senza una punta di malanimo".