«Per dove non sono stato mai»
Il nuovo libro di Francesco Paolo Tanzj
È
riduttivo, e forse anche banale, tirare in ballo Kerouak ogni qual volta
si parla della poesia di Francesco Paolo Tanzj. Il suo nuovo libro ("Per
dove non sono stato mai", Antonio Stango Editore, Roma) è
senza dubbio un omaggio all'autore americano e a tutta la generazione
on the road. Ma non è soltanto questo. Tanzj è autore
europeo e, nel leggere le sue poesie, non si può non sentire
la diversità profonda delle parole - proprio della scelta lessicale
- pur nella vicinanza strutturale del suo verso con quello dei poeti
americani di riferimento.
Tanzj
non è soltanto Kerouak; è anche Pasolini e Pavese (si
pensi alla prosa poetica e a certe immagini di "Lavorare stanca").
Tanzj è anche Omero, è mare di Grecia, costa siciliana,
è vite e ulivi. Non è soltanto Texas, Pasadena, passaggi
di confine messicano, funghi allucinogeni e anticaglie autostoppistiche
da high way.
Insomma,
il libro di Francesco Paolo Tanzj non è il libro di un sessantottino
nostalgico ma l'esistenza di un uomo messa in versi. Le cose non vissute
che si volevano vivere, gli errori da rifare, i tentativi di unità
nel senso orientale del termine - il ricongiungersi con tutto il resto
dell'universo - e nel senso tutto occidentale di abbraccio fisico al
resto dell'umanità dolente, in una uguaglianza finalmente conquistata:
"…e
guardiamoci finalmente
-
la poesia è parlarsi -
fiotto improvviso dell'anima sepolta
che s'apre a nuove grida / o confessioni…"
Per
tutto questo, Tanzj non è soltanto Kerouak. I suoi versi esplicitano
la voglia di capire dell'uomo del nuovo millennio, sono segnali del
poeta che si apre al futuro senza rinnegare il passato, senza poter
fare a meno di quelle reminiscenze - forse del tutto genetiche e non
conosciute dal poeta stesso - che lo riportano (ecco l'Europa, ecco
il vecchio continente) persino a Gozzano:
"E Nicoletta
ti invitava a salire le scale
(…) tra le trine e i belletti
e le bottiglie d'annata
tra le stoffe passate
e le carte
le carte ingiallite"
Gozzano
non soltanto nelle immagini, o nella iterazione de "le carte",
ma persino nelle cadenze di alcuni versi:
"Di Filicudi
e del suo vento caldo-vulcano
mi avevano accennato in tarda sera
su quella Topolino (verde e nera)…"
In
"Per dove non sono stato mai", Tanzj non è poeta on
the road, non è il Ginsberg dell'Alto Molise, non è poeta
civile di antico impegno da anni '70. In questa raccolta, Tanzj è
poeta, poeta e nient'altro:
"…non
vergogniamoci
di questa voglia insoddisfatta di volare…"