Il 1949 fu un anno particolarmente
impegnativo per me. Fu l'anno in cui venne istituita la Nato, la Germania
fu divisa in due e fu proclamata la Reubblica Popolare Cinese con a
capo Mao Tse-Tung. Io mi candidati sindaco a Petrella Tifernina con
la lista "Zitt' e ietta lu sangh!"
Nel comizio di chiusura della
campagna elettorale, annunciai la volontà di un ritorno alla
vita semplice e con meno comfort per tutto il paese, perché ero
contro la globalizzazione. Cosimo Ruzzone, un signore che fin lì
mi aveva sostenuto, mi schiarò il manico del bidente sul naso
e il giorno dopo mi appicciò la lambretta. Io volevo parlare
di democrazia. Lui mi disse: "Guarda che tra Turzo e Sturzo ci
passa una esse grossa come a Santantonio!"
Nessuno comprese la mia proposta
politica e presi zero voti. Zero voti: non ci potevo pensare. La cosa
mi insospettì e dubitai persino di me stesso. "Rossano -
mi dicevo - ma ti sei votato?" Mi voltai immediatamente e pensai
ai brogli, come quelli della fenza quando s'impiccia. Decisi di far
ricorso al Tap (Tribunale Amministrativo di Petrella) e combinai un
casino. Dovettero conteggiare nuovamente tutte le schede. E tutti a
smadonnare contro di me. I miei avvocati erano Ennio Colalillo e Umberto
Mazzocco che in quella occasione si scambiarono i nomi per dimostrare
che c'era stata qualche confusione. Il Tap aveva dato la sospensiva
e a quei tempi la sospensiva era una cosa seria. Il mio avversario,
neo-eletto sindaco, fu sospeso alle campane e lì rimase per tutto
il procedimento di giudizio del mio ricorso.
Dopo venti giorni di lavoro
sulle schede elettorali, venne rinvenuta la mia. C'era la croce sul
mio nome e, accanto, una poesia che io non ricordavo. L'avevo scritta
per FilomenaChinanzina, una contadina di Macchiagodena di cui mi ero
invaghito. Il presidente di seggio, Ugo Faci Hambress, aveva fatto bene,
dunque, a ritenerla nulla. I miei avvocati si incazzarono con me per
la figuraccia. Colalillo mi dette una panzata sullo stomaco che respirai
dopo due giorni. Mazzocco mi pizzicò sotto le ascelle. E non
finì lì. Quando fecero scendere il sindaco dal campanile,
perché la sospensiva non aveva più validità, questi
mi fece acchiappare dal vice sindaco, Raguso lo spaccalena, e mi spaccò
le unghie dei piedi con la vanga del segretario comunale di allora,
Pasquale Urzone. Mi mandarono in esilio a Palata. E lì vi lascio
immaginare come mi accolsero!
Da allora non ho più
tentato di candidarmi, nonostante lo stimolo continuo di mio padre:
"Se non ti metti in miezzo chiss du lu Comun' non c' mittono manco
na lampadina innianz' a la casa". Per evitare liti in famiglia,
comprai con i miei soldi un lampione e lo sistemai davanti casa. Lo
collegai alla rete pubblica e lo accesi. Mio padre era tutto contento:
"Tu sci che putiv fa' lu sinnaco!". Dopo due giorni mi arrestarono
per furto di energia elettrica.
Nel carcere di Campobasso mi
sistemarono in cella con quattro mafiosi: un capo, un vice, un cassiere
e un segretario. Appena mi videro entrare si riunirono e decisero di
farmi come la carne di porco prima di diventare salsiccia. Dicevano
che la mia faccia era antipatica, che sembravo un vraggone.
Poi mi offrirono una possibilità
di salvezza. Dovevo, però, obbedire alle loro richieste: dovevo
candidarmi sindaco a Petrella Tifernina perché lì era
stato mandato in confino un loro compare. Dovevo diventare sindaco e
fare in modo che la permanenza del loro amico a Petrella fosse la più
confortevole possibile. Avrebbero pensato loro a tutto: alla raccolta
delle firme, alla campagna elettorale e al nome della lista. Doveva
chiamarsi "Zompa, zompa, che pu' t' facem' zumpà nu!"
Rimasi un po' imbarazzato alla richiesta. Loro non sapevano della mia
passata esperienza di candidato a Petrella. Volevo racontargliela ma,
appena dissi "Sentite…", il vice mi ammollò un occhio
con una gomitata e il cassiere mi sputò nell'altro. Avevano già
preparato le budella per insaccarmi quando la fortuna venne in mio aiuto.
La porta della cella si aprì e un secondino mi tirò una
manganellata in bocca. "Per te è finita - disse, vieni con
noi! Volevo farmi il segno della croce ma "Tieni giù le
mani - disse il terzino, quell'altro - e seguici!" e mi tirò
una ginocchiata allo stomaco che mi passò l'ulcera.
Quando arrivia nel suo ufficio,
il direttore del carcere mi prese a male parole. Mi disse che avevo
vinto un concorso da bidello a Santa Croce di Magliano e che me ne dovevo
andare subito. Volevo tornare in cella a prendere le mie cose: un mazzaforro
di Jelsi che usavo come portafortuna e una boccetta di acqua del lago
di Occhito che era il mio dopobarba. Ci ripensai e lasciai tutto ai
miei compagni di cella. Partii senza rimpianti. Quando arrivai a Santa
Croce di Magliano, cercai subito la scuola per iniziare la mia carriera
di bidello. Ma quando vidi la faccia del preside me ne scappai in Argentina
e da allora non sono più tornato fino al 1999.
Pubblicata
su L'INTERRUTTORE, anno 0, numero 4, novembre 2001
Dalla raccolta inedita "Molise, Cristo si è fermato a Termoli"
di Rossano Turzo