Per me il Natale è davvero
una festa. Sono nato il 25 dicembre del 1921. Veramente non fu un parto
naturale né cesareo. Fu la levatrice a infilare la mano e a tirarmi
fuori prendendomi per il pisello. Mia madre recitava in una compagnia
teatrale di Castelmauro e quel giorno faceva la Madonna. Il regista
Pasquale Sfraffaprete aveva pensato a tutto: un parto in diretta. Dovevo
nascere in chiesa alla mezzanotte, in coincidenza con Gesù. Solo
che io non ne sapevo niente e la chiesa era fredda. Tutto era pronto:
i mandarini inzino ai re magi, la mirra che nessuno sapeva cos'era e
così avevano messo il lardo squagliato in un barattolo di conserva,
e il sagrestano con la corda della campana che doveva tirare mentre
io uscivo come un Cristo di Castelmauro.
La mia famiglia non era di
Castelmauro. Mio padre era un contadino di Larino e mia madre una musulmana
di Ortona. Io nacqui a Castelmauro, in diretta, preso per il pisello
dalla levatrice perché non volevo uscire. Tutto era pronto e
io no. Il prete era nervoso come un ulivo di Venafro. "Cacciatelo
fuori - disse - se no facciamo mattina!". Non mi ricordo niente
di quel momento. Me lo hanno raccontato tante volte, però; ogni
volta che mi sono riunito con la famiglia per pranzo di Natale.
Il Natale del 2001 mi ha portato
ottanta anni suonati come le campane del sagrestano. I Natali che più
ricordo sono quelli dell'adolescenza. A quattordici anni mio padre mi
regalò una zappa, la mise sotto l'albero di Natale. Io avevo
chiesto, nella lettera a Babbo Natale, le scarpette da pallone come
quelle di Piola. Ma mio padre non sapeva leggere. Quando mi svegliai
corsi immediatamente a vedere cosa c'era sotto l'albero. Vidi la zappa
e mi emozionai. Mio padre se ne accorse e guardò negli occhi
mia madre: "Hai visto - disse - stu guaglione è nato faticatore".
Quando mi resi conto di cosa voleva dire zappare piansi tutto il giorno,
tutto il giorno di Natale.
A Santo Stefano me ne scappai
in Argentina. E lì potete immaginare che Natale si passa. Fa
caldo come a Petacciato ad agosto e invece del panettone ri danno la
bistecca di vacca con l'uva passa. Una volta ho passato il Natale a
Rosario, da Franco lu Sdreus di Campomarino. Lui era partito nel 1908
ed è ancora vivo. In due mangiammo mezza vacca arrosto. L'altra
metà se la mangiarono i figli, una trentina, con le mogli e i
nipoti. Fu un Natale da circa duecento persone.
Nel periodo di Natale, durante
la mia adolescenza, scannavano i porci. Ai bambini cadevano i capelli,
rimanevano traumatizzati. Quando lo scannavano, il maiale urlava assai
ed io mi mettevo paura. Invece gli uomini grossi si divertivano. Qualche
volta il porco se ne scappava con il coltello nel collo e tutti lo inseguivano
per le vie del paese. Io ero vegetariano perché la mia famiglia
non poteva permettersi il porco. Mio padre diceva sempre: "Noi
siamo persone civili, non uccidiamo i portci". Ma poi tirava il
collo alle galline di Vincenzo Sgrizzalota che abitava vicino casa nostra.
Io mi abbottavo la panza di cicoria e mi fumavo le glianne.
Il maestro ci faceva scrivere
la poesia di Natale e, già da allora, ero un grande poeta incompreso.
A otto anni ne scrissi una e la misi sotto il piatto di papà.
Me la ricordo a memoria
Quando sciocca
la notte mi ammagliocco
come un sorgio che si ha preso il suo veleno
come un bufalo che ci ha male di panza
come un cuano sul binario e passa il treno
Se fa freddo non s'appiccia la candela
e mio padre già s'incazza col cerino
mentre mamma va alla messa, alla novena
nonno spara le sue puzze e beve vino
Ma oggi è Natale e sono felice
papà imbonne la polenta sull'alice
poco olio, poca carne, pochi dolci
poco pane alli cristiani
poca vrenna per li porci.
Per favore, caro papà
almeno oggi non astemà
porco giù, porco su
teniamoci buono almeno Gesù
Mio padre lesse la poesia e
cominciò a piangere. Mia madre mi tirò un manrovescio:
"Almeno a Natale, smettila con queste poesie. Lo farai morire questo
pover'uomo! Mio padre piangeva ogni volta che trovava una mia poesia.
Lui non sapeva niente dei poeti. Ricordava soltanto che il padre di
Pascoli era stato ucciso a fucilate e pensava che tutti i padri dei
poeti dovessero fare quella fine. per questo non voleva che io facessi
il poeta.
Dopo pranzo venivano i parenti
a giocare a tombola. Mio madre preparava le castagne sotto la coppa,
due a testa. A me capitavano sempre quelle puzze e le mettevo calde
calde sotto il culo di mia zia che, quando si sedeva, diceva "Ah!
Che bella cosa!". A tombola vinceva sempre mio padre perché
si prendeva la cartella con i numeri giusti. Non ce li avevamo tutti
e quindi uscivano sempre gli stessi. Mio zio Adelmo, che mio padre chiamava
"lu strunz", si aggliogliava vicino al caminetto e io menavo
dentro al fuoco le castagne senza tagliarle. Una volta una scoppiò
così forte che zio Adelmo si svegliò di soprassalto e
mi tirò una zampata che andai a finire sopra al presepe e lo
spaccai tutto quanto. Quando si finiva di giocare mia madre raccoglieva
i fagioli che avevano usato per coprire i numeri e li metteva nella
pignata. Era quello il pranzo di Santo Stefano.
Io me ne andavo sul balcone
e tiravo le maglioccate di neve alla gente che passava. Una volta lo
spazzino stava pisciando per sfregio vicino al portone di casa, proprio
sotto il balcone e, mentre faceva le sue cose e usciva la nebbiolina
dalla neve, io preparai un bel magliocco di neve con dentro un pezzo
di vaso e da sopra glielo chiantai forte sulla testa. Lui urlò
così forte che lo sentirono da dentro e mia madre corse alla
porta. Quando aprì se lo trovò davanti con il coso da
fuori e tutto pieno di sangue. "Scappa - urlò a mio padre
- hann castrat' lu scupin!" Mio padre scoprì tutto e mi
tritò di mazzate. Me ne andai a dormire che già pensavo
all'Epifania.
Tra il cinque e il sei gennaio
aspettavo la Befana tutta la notte vicino al camino. L'aspettavo perché
volevo riempirla di zampate. Ero incazzato nero perché non mi
portava mai niente. Se non avessi trovato la poesia sarei diventato
come Bin Laden o come 'sti guagliuni che si croccano la droga.
Pubblicato
su L'Interruttore, anno 0 numero 5, dicembre 2001
Tratto dal libro inedito "Molise, Cristo si è fermato a
Termoli" di Rossano Turzo