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Cristo si è fermato a Termoli
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La prosa di Rossano Turzo

 

L'Università di Carunchio

Quando ero giovane io, mia madre mi mandò all'Università di Carunchio. Mi iscrissi a "Ergonomia del manico" perché volevo zappare la terra. Veramente, ero indeciso tra "Ergonomia" e "Scienze del controllo degli ovini" perché mi piaceva anche fare il pastore. Fu mio padre a decidere per me: "La terra la tì, l' pecora no!" - disse; e mi tirò una randellata sull'anca che ancora cammino squascellato.

Il primo giorno di università rimasi un'ora fuori dall'edificio. Non sapevo se potevo o no aprire la porta. Ero timido. Quando mi decisi, mi arrivò un cazzotto in un occhio dal bidello che si teneva i pantaloni con l'altra mano: "Non vedi che c'è scritto WC?" - disse. Io pensavo che WC significasse "Viva Cannata"* e che quello fosse il Rettorato. Quando tornai a casa, mia madre notò l'occhio nero e corse subito dalla vicine: "Povero figlio! Tutto il giorno con il microsoft nell'occhio!" Così mia madre chiamava il microscopio. L'ho delusa! Sperava che io diventassi Bill Ghezz.

All'apertura dell'anno accademico arrivarono i goliardi di Larino e mi dissero: "Butta quest'uovo fresco addosso al rettore quando arriva. Se no, ti tritiamo di mazzate!" Io non avevo mai visto un uovo fresco. Così, quando arrivò il rettore, feci finta di lanciare l'uovo e, invece, lo ingoiai con tutto il guscio. Il magnifico rettore vide lo strano movimento della mia mano (sembrava un saluto fascista) e, senza capire, mi tirò una ginocchiata nello stomaco che ruppe l'uovo e mi fece svenire. "Non si saluta così il rettore!" - disse. Quando ripresi i sensi c'erano quelli di Larino che aspettavano. Mi fecero nero nero. C'era pure Stuokk di Bojano: mi tirava zampate alle ginocchia con certi scarponi duri come nu cocciatuost di Porto Cannone.

Mi lasciarono per terra senza forze, appeso alla spina dorsale come uno gnagnone di San Pietro Avellana. Mi riportarono a casa con il tre-ruote di Cosimino Stutappiccia. Rimasi a letto per quindici giorni, non mi muovevo più. Dissi a mio padre che forse era il caso di fare il passaggio di facoltà a "Scienze motorie". Mio padre non fu d'accordo: "Se vu fa' ru meccanich', t' mann alla peteca d' Filuccio Chiavinglese e no alla scola".

Il primo esame lo feci a Longano con la professoressa Buccia Onorata d'Orange. Mi cacciò fuori perché mi puzzavano i piedi. Rientrai con ude foglie di basilico nelle scarpe ma la puzza c'era ancora. Forse puzzavano a lei, i piedi. Presi ventinove. Mio padre voleva trenta e s'incazzò con la professoressa. Non potendo permettersi il viaggio a Longano per menarla, se la prese con me e mi rinchiuse nella stalla con il bue e l'asino che mi alitavano addosso. Cominciai a pensare di essere Gesù. Ebbi una crisi mistica e pensai di entrare in Seminario. Lo dissi a mio padre. "E scì - mi rispose - p' semenà mo t' mann alla scola! Te l'imparo io co z' fa" e mi tirò un manrovescio che mi fece urlare come un rancaranca di Mafalda.

La tesi? Mi sono laureato con un lavoro dal titolo "Sessano: non è puzza di gassium ma di loffium". Dimostrai che l'alimentazione ricca di legumi provoca l'inquinamento dell'aria. Vinsi il premio Pmip della Società delle Scienze Occulte. Mio padre non si entusiasmò: "Queste schifezze le so fare pure io! disse e sparò una vroccola che fece impallidire tutti. Una puzza di ignoranza inondò l'aula magna dell'università ed io mi sentii come il figlio di Mario Merola nello "Zappatore". Mi inginocchiai per baciare le mani callose di mio padre ma lui mi tirò una scarpata in bocca così forte che mamma si è fatta una collanina con i miei denti. Fu allora che decisi di diventare poeta.


* Giovanni Cannata è il Magnifico Rettore dell'Università del Molise

Pubblicata su L'INTERRUTTORE, anno 0, numero 2, ottobre 2001
Dal libro inedito "Molise, Cristo si è fermato a Termoli" di Rossano Turzo


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