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Osterie, fontane e chioschi: il ritorno dei luoghi dove il territorio si incontra

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Osterie, fontane e chioschi: il ritorno dei luoghi dove il territorio si incontra

Photo: Francesco Bini, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un dettaglio che chi viaggia per i borghi italiani nota da qualche anno: certe porte sono di nuovo aperte. L'osteria che era chiusa da un decennio ha riattacato la tenda da sole, il chiosco della piazza ha messo i tavolini fuori, la fontana del paese — restaurata da un comitato di cittadini — ha ripreso a zampillare. Non è nostalgia: sono segnali di una battaglia silenziosa per la vita pubblica.

I numeri di un'epoca che sembra finita

I dati fotografano un decennio difficile. Secondo le elaborazioni delle associazioni di categoria del settore ricettivo e di somministrazione, negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare decine di migliaia di esercizi pubblici, con una percentuale sproporzionata concentrata nei comuni sotto i cinquemila abitanti. Le cause sono note: ricambio generazionale mancato, costi di gestione, marginalità inesistente nei piccoli comuni.

Eppure proprio in quelle aree la chiusura di un'osteria o di un chiosco non è solo un fatto economico. È la scomparsa dell'unico luogo dove, la sera, qualcuno si ferma a parlare.

Le voci di chi è rimasto, e di chi è tornato

«Quando abbiamo riaperto, i primi mesi venivano in tre o quattro», racconta la gesttrice di un'osteria di collina in provincia di Parma. «Poi hanno capito che qui si mangia poco, ma si sta insieme. Ora la domenica facciamo il pieno, e il paese è cambiato: c'è gente per strada».

Simile la storia di un chiosco estivo sul lungofiume in Romagna, recuperato da un gruppo di giovani con un progetto di fermentazione e birre locali: «Il chiosco è una piazza piccola — spiegano — chi si siede lì conosce il vicino di tavolo». Non sono casi isolati: in molte regioni del Centro e del Nord le osterie di paese stanno vivendo una seconda stagione, spesso guidate da neogestori che scendono in paese da città vicine.

Le fontane: la cura torna al patrimonio minore

Accanto ai locali, un altro fronte: le fontane storiche. Dalle fontane barocche delle piazze del Sud ai lavatoi d'epoca delle valli alpine, un patrimonio diffuso che i bilanci comunali spesso non riescono a mantenere. Qui la risposta è arrivata dai cittadini: comitati di volontariato che adottano fontane e lavatoi, con convenzioni comunali che regolano manutenzione e restauro. In molte realtà emiliane, umbre e piemontesi il modello dell'affidamento civico ha permesso di riportare in funzione manufatti che l'amministrazione da sola non riusciva più a curare.

Idee concrete per il riuso

Le esperienze raccolte indicano alcune strade percorribili. La prima è la condivisione degli spazi: un chiosco che di giorno ospita la postazione del postino itinerante o l'ufficio di un associazione, e di sera diventa punto di ritrovo, riduce i costi e moltiplica le funzioni. La seconda è il presidio dei servizi: osterie e caffè che fanno da agenzia di pacchi, biglietteria di eventi, punto di raccolta informazioni turistiche. La terza è il coinvolgimento diretto dei comuni, che possono intervenire su canoni di locazione e concessioni per premiare chi garantisce continuità.

Presidi, non decorazioni

Il punto, dicono i comitati, è la sostanza: osterie, chioschi e fontane non sono scenografia da borgo autentico, ma infrastrutture sociali. Dove c'è un luogo di aggregazione, i servizi si difendono meglio, la sicurezza migliora, l'isolamento delle persone anziane si riduce. Dove non c'è, il paesaggio resta bello ma la vita pubblica si spegne.

Il ritorno di questi luoghi non è garantito: dipende da persone, da politiche locali attente e dalla capacità delle comunità di farsi carico di ciò che appartiene a tutti. Ma la direzione, finalmente, sembra la giusta: verso la piazza.

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