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Le stazioni che aspettano un treno: inchiesta sui caselli dimenticati dell'Appennino

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Le stazioni che aspettano un treno: inchiesta sui caselli dimenticati dell'Appennino

Photo: Stefano Travasci, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Il casello è ancora lì, con il suo tetto in corrispondenza e le aiuole spente ai lati del fabbricato viaggiatori. Sull'orario affrescato si legge l'ultima corsa mai effettuata. Nell'Appennino e nelle aree interne di mezzo Italia, centinaia di stazioni chiuse raccontano la stessa storia: quella di un servizio che se n'è andato, lasciando dietro di sé muri solidi e finestre impannate.

Un'archeologia della dismissione

Le fotografie raccolte in queste pagine documentano un patrimonio sorprendente per qualità architettonica e stato di degrado. Fabbricati in pietra locale di fine Ottocento, pensiline in ghisa, magazzini merci con i travi ancora intatti: costruzioni pensate per durare, destinate oggi a marcire. Il loro abbandono non è un dettaglio estetico ma il sintomo più visibile della contrazione dei trasporti pubblici nelle zone interne, dove la chiusura di una linea ferroviaria ha spesso anticipato — o seguito — la scomparsa di scuole, ambulatori e uffici postali.

Dove la rinascita è già cominciata

Non tutto è fermo, però. In diverse regioni i fabbricati sono stati riconvertiti con risultati concreti. In Toscana, lungo la linea Faentina, alcune stazioni sono diventate punti di servizio per il turismo lento e la mobilità dolce. In Abruzzo e in Umbria, ex caselli ospitano piccoli ostelli per cicloturisti e sentieristi. In Piemonte, un edificio di stazione è stato trasformato in biblioteca di quartiere per un comune che non aveva più una sede. In Emilia, alcuni spazi sono stati affidati a associazioni culturali che vi organizzano laboratori e proiezioni.

Il modello è sempre lo stesso: un comune o un'associazione ottiene in concessione il fabbricato, lo restaura con fondi propri o bandi regionali, e lo riporta a funzione pubblica. Dove succede, la stazione torna a essere un punto di riferimento, anche senza treni.

I sindaci e la domanda della riapertura

«Non chiediamo la stazione come monumento, la chiediamo come servizio», sintetizza un sindaco di un comune appenninico coinvolto in una delle campagne per la riattivazione di una linea turistica. Le richieste dei primi cittadini delle aree interne si concentrano su due binari: da un lato il ripristino di collegamenti regolari, anche con treni a bassa frequenza, per ricollegare i paesi ai capoluoghi; dall'altro la valorizzazione delle linee dismesse come ferrovie turistiche, sul modello di esperienze già avviate al Nord.

Le regioni, nel frattempo, hanno cominciato a muoversi: alcuni piani di sviluppo delle aree interne prevedono finanziamenti dedicati alla rigenerazione dei fabbricati ferroviari, mentre le Ferrovie dello Stato hanno avviato procedure di dismissione controllata che permettono ai comuni di rilevare gli edifici inutilizzati.

Il costo dell'attesa

Il rischio, avvertono le associazioni di tutela, è che l'attesa costi più del recupero. Ogni inverno di abbandono peggiora lo stato di tetti e facciate, e il degrado alimenta un circolo vizioso: edificio brutto, nessun investitore, ulteriore degrado. Recuperare presto significa costi minori e possibilità di scelte d'uso più ampie.

Un patrimonio che può tornare infrastruttura

Le stazioni abbandonate sono, in fondo, l'immagine rovesciata della promessa che le ha costruite: unire. Tornare a usarle — come biblioteche, ostelli, punti info della rete ciclabile o, meglio ancora, come stazioni di nuovo funzionanti — significherebbe ribaltare un'epoca di dismissioni. I treni, dicono i sindaci, torneranno quando le istituzioni decideranno che le aree interne contano. Nel frattempo, i fabbricati ci sono, e aspettano.

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